
Il Viaggio
La psicoterapia, il viaggio all’interno di noi stessi
Quante volte mentre affrontiamo un periodo difficile, ci sarà capitato di pensare ad un viaggio, magari lontano, per allontanare quel dolore, per esorcizzare quel male, per colmare un vuoto, o per riempire la noia.
Pensiamo che il viaggio possa cicatrizzare le ferite, “curarci”, immaginiamo il viaggio come fosse una medicina al dolore.
Ma inevitabilmente, quel dolore, quella ferita, quel vuoto, ce lo portiamo assieme, come un compagno di viaggio non invitato, come un bagaglio pesantissimo sulle nostre spalle, nella nostra meta.
Immaginiamo il viaggio in momenti difficili perché abbiamo la percezione che allontanandoci, il dolore possa magicamente sparire, che più lontano andiamo, più potremmo stare meglio.
In momenti come questo ci si ritrova a non sentirsi più bene nella propria casa, nella propria città, al lavoro, nella cerchia di amici, si cerca un’evasione forzata, un pellegrinaggio verso la gioia, verso una pienezza, si cerca una fonte d’acqua mentre si è dispersi nel deserto.. la maggior parte delle volte ci si ritrova davanti ad un’oasi immaginaria, un’illusione disperata di trovare pace li dove tutto è arido ed inospitale.
Questo accade perché quel dolore è parte di noi, di ferite reali e profonde da cui non si può fuggire, l’unico modo concretamente efficace per eliminarlo è accoglierlo, comprenderlo, analizzarlo, e solo allora potrà guarire. Il dolore, per quanto difficile possa sembrare, non è erbaccia che va estirpata, è il sintomo che qualcosa nel nostro terreno non va, e lì dove il terreno non è buono, le erbacce cresceranno sempre, anche se le togli.
Personalmente ho immaginato spesso dei viaggi, e dei trasferimenti come strumento di fuga. L’ultima volta è stata un anno e mezzo fa, ero alla ricerca di sollievo, di tranquillità, avevo bisogno di fuggire, e scelsi di trasferirmi per lavorare. Ormai era deciso, avevo ultimato l’iter dei colloqui ed ero stata assunta per un lavoro che però non mi apparteneva. Prima della conferma del lavoro sentivo che stavo facendo la cosa giusta, assaporavo già l’idea di essere “lontano” ma una volta ricevuta la conferma la mia risposta emotiva non è stata quella che mi aspettavo. Ero confusa, addirittura triste, qualcosa dentro di me mi stava avvertendo che non era ciò che volevo, che allontanandomi non solo non avrei dimenticato i miei problemi, ma avrei abbandonato la mia passione più grande, la psicologia. Li, in quel momento, ho compreso che non era “dove” stessi andando, ma “come”.
A distanza di qualche mese, dalla scelta di rimanere qui, ho iniziato senza saperlo, uno dei viaggi più belli che si possano fare.
È il viaggio all’interno di noi stessi. La psicoterapia.
La psicoterapia è il viaggio che ci permette di entrare a contatto con noi, con le nostre ferite, con il dolore, con gli schemi mentali, con le routine sbagliate, ma anche con la gioia, con la passione, con l’arte, con l’autenticità, con l’integrità. È un viaggio lento, ma incalzante, è un viaggio che va assaporato, lento, a volte più veloce. È un viaggio che non ha una meta predefinita, perché non si tratta di arrivare da qualche parte, ma di imparare a camminare con consapevolezza.
È un percorso fatto di piccoli passi, a volte faticosi, altre volte liberatori, che ci portano sempre più vicini alla comprensione di chi siamo davvero.
In psicoterapia, grazie alle esperienze dei compagni di viaggio, impariamo a guardarci allo specchio senza filtri, a riconoscere non solo ciò che ci fa soffrire, ma anche ciò che ci dà forza, che ci rende vivi, che ci rende noi, nella nostra unicità.
Ogni compagno è fondamentale, tesse assieme a noi la tela del nostro cambiamento, e della rinascita. Ogni rispecchiamento aggiunge consapevolezza, illumina parti di noi nascoste.
È come scendere in una stanza buia con una lanterna, illuminando lentamente gli angoli nascosti del nostro essere, scoprendo emozioni dimenticate, paure sopite, desideri inascoltati, che attraverso i sintomi hanno cercato di farsi sentire, e ci hanno portato lì.
È un viaggio meraviglioso in cui tutto ciò che emerge non fa più paura, le difficoltà assumono la forma di montagne maestose, innevate, misteriose, dove lo psicoterapeuta è come una funivia che ci porta in alto, ci porta alla consapevolezza, attraverso una prospettiva diversa. In questa prospettiva ciò che sembrava ci sovrastasse diventa visione, possiamo guardare il nostro mondo dall’alto, possiamo cogliere particolari che prima sembravano invisibili, e la nebbia.. pian piano si affievolisce.
È un viaggio che richiede coraggio, perché affrontare se stessi significa accettare le proprie fragilità, fare i conti con ciò che ci spaventa, e scegliere di prendercene cura. Ma è anche un’esperienza estremamente potente, perché ogni volta che ci concediamo di attraversare il dolore invece di fuggirlo, scopriamo qualcosa di nuovo su di noi, una risorsa, una possibilità, un sogno che credevamo perduto.
Attraverso questo meraviglioso viaggio le persone riscoprono chi sono, iniziano teatro perché non hanno più paura di mostrarsi, riprendono a ballare perché sentono nuovamente la voglia di esprimersi, dipingono emozioni, riprendono l’università perché non hanno più paura di non farcela, e quando la paura ritorna, non sono più sole.. sanno come affrontarla.
La psicoterapia non è un viaggio di fuga, ma di ritorno. Di ritorno a quella parte di noi che abbiamo trascurato, schiacciati dal peso delle aspettative, del giudizio. È uno spazio sicuro dove possiamo finalmente ascoltarci, dove impariamo a dare voce alle nostre emozioni senza paura, dove scopriamo che le cicatrici possono raccontare storie di rinascita.
È così passo dopo passo, dove vedevamo muri, impariamo a vedere muraglie, attraverso le quali perderci nella bellezza del paesaggio, lì dove vedevamo voragini scopriamo cascate, lì dove si percepivano montagne invalicabili, immense e spaventose, scopriamo ruscelli, fonti d’acqua, risoluzione, fioritura.
E così, passo dopo passo, il viaggio dentro di noi diventa una riscoperta. È un viaggio senza un itinerario prestabilito, con ritmi alternati, senza l’ansia di arrivare subito.
Ed è in questo viaggio che, paradossalmente, troviamo quella serenità che cercavamo altrove.
benedetta racanelli
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Manuale di AutoIpnosi
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“Psicologia e Psicoterapia
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“Manuale di Autoipnosi”
Seconda Edizione 2015-2025
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✅ Disponibili tramite QR Code, pronte per l’ascolto in qualsiasi momento e luogo:
✔️ Il rilassamento – Per sciogliere tensioni e ritrovare calma interiore.
✔️ Stabilisci la meta – Per allenare la mente a raggiungere obiettivi.
✔️ Riposa serenamente – Per migliorare la qualità del sonno e risvegliarti energico.
✔️ Quieta il tuo pensiero – Per liberarti da pensieri negativi e sviluppare lucidità mentale.
✔️ Difendi la tua salute – Per rafforzare il benessere psicofisico.
✔️ Antifumo – Per smettere di fumare in modo naturale e definitivo.
✔️ Raggiungi il peso forma – Per ritrovare il controllo su corpo e alimentazione.
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Presentazione
“ Manuale di AutoIpnosi “
L’ipnosi è uno stato naturale della mente, un’esperienza quotidiana che spesso passa inosservata. Accade quando si guida lungo un tragitto abituale e ci si ritrova a destinazione senza ricordare il percorso, o quando ci si perde nei pensieri mentre qualcuno parla, trasformando la sua voce in un suono lontano. Sono momenti di trance spontanea, in cui la razionalità si ritira e lascia spazio all’inconscio, la dimensione in cui risiedono emozioni, sogni, intuizioni e potenzialità inesplorate.
L’ipnosi non è un mistero né un trucco, ma una soglia di accesso alle risorse più profonde. Un viaggio interiore capace di rivelare capacità inespresse, superare blocchi emotivi, smantellare convinzioni limitanti e risvegliare energie latenti. Il Manuale di Autoipnosi, disponibile su Amazon, guida il lettore in questa esplorazione, fornendo strumenti pratici per comprendere e sperimentare la trance ipnotica. Non si tratta solo di leggere e ascoltare, ma di immergersi in un’esperienza trasformativa.
Contrariamente ai luoghi comuni, l’ipnosi non comporta perdita di controllo, ma rappresenta un mezzo per riappropriarsi del proprio mondo interiore e riscriverlo. Il cervello registra e filtra informazioni attraverso schemi mentali costruiti nel tempo, influenzati dall’educazione, dall’ambiente familiare e dalle esperienze vissute. Spesso, questi schemi si irrigidiscono, limitando la libertà di essere e di esprimersi. È qui che l’ipnosi interviene, sciogliendo tensioni emotive e liberando la mente da vincoli inconsci che possono manifestarsi nel corpo come sintomi fisici.
Mal di testa, dolori articolari, disturbi gastrici, tachicardia, insonnia, disfunzioni sessuali, ansia e depressione possono essere espressioni di un conflitto interiore inascoltato. Quando la mente non riesce a tradurre il disagio in parole, il corpo lo esprime attraverso sintomi, che spesso vengono ignorati finché non si fanno troppo evidenti.
L’ipnosi permette di intervenire su questi processi, favorendo un riequilibrio interiore che porta a una nuova consapevolezza e a un benessere più profondo. L’inconscio, libero dalle interferenze della razionalità, diventa uno spazio aperto al cambiamento, in cui riscrivere percezioni, vissuti e convinzioni limitanti.
Questa capacità non è riservata a pochi, ma appartiene a ogni individuo. Alcuni accedono facilmente alla trance ipnotica grazie a una predisposizione naturale all’immaginazione e alla suggestione, altri vi giungono con maggiore difficoltà a causa di una razionalità rigida che ostacola l’accesso agli stati profondi della mente. Proprio per questi ultimi, l’ipnosi può rappresentare un’opportunità straordinaria: affidarsi al proprio mondo interiore significa risvegliare potenzialità latenti, rafforzare la fiducia in sé stessi, superare paure e insicurezze.
In psicoterapia, l’ipnosi è un ponte tra conscio e inconscio che consente di elaborare esperienze dolorose, superare blocchi emotivi e trasformare il modo di affrontare la vita. Il terapeuta diventa una guida, un esploratore dell’anima che accompagna il paziente nelle profondità della psiche, aiutandolo a illuminare le zone d’ombra e a ricostruire un equilibrio più armonioso tra razionalità ed emozione.
Non si tratta di subire un processo, ma di esserne protagonisti, imparando a riscrivere la propria storia interiore. Il Manuale di Autoipnosi non è solo un libro, ma un’esperienza che insegna a comprendere il funzionamento della mente e a sfruttarne il potenziale nascosto.
Se vuoi scoprire come funziona l’ipnosi, se vuoi sperimentare il potere della tua mente e imparare a utilizzarlo per migliorare la tua vita, questo libro è il punto di partenza ideale. Il viaggio nella tua mente è pronto per iniziare. Sei pronto a scoprire di cosa sei veramente capace?
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Psicologia del Viaggio
PSICOLOGIA DEL VIAGGIO
Un viaggio inizia sempre da un sogno o da un viaggio.
Viaggio e sogno sono strettamente interconnessi, legati da un rapporto indissolubile.
Nel contesto della vita quotidiana, tra stress legati al lavoro, alla casa e alla famiglia, tutti sogniamo un viaggio. Ma la vera domanda è: perché? Viaggiare per scoprire i paesaggi del mondo equivale a esplorare il nostro io interiore. Questo è il punto centrale, diretto e conciso di questo articolo.
Il viaggio, sia interiore che esteriore, rappresenta una scoperta della vita e di noi stessi. Quando viaggiamo, ci adattiamo alla lingua, alla storia e alle abitudini del luogo che visitiamo.
Pur mantenendo le nostre radici e relazioni, in qualche modo ne abbracciamo di nuove, fondendo il corpo e le emozioni con il luogo che ci ospita. Tutti ricordiamo un momento in cui, durante un viaggio, ci siamo comportati in modo diverso dal solito o abbiamo assunto inconsapevolmente abitudini inusuali, come saltare il pranzo e cenare alle 18:00.
Nel corso della scoperta di un nuovo luogo, siamo capaci di mantenere invariato il nostro io, ma allo stesso tempo possiamo chiedergli di adattarsi. La forza del nostro io e della nostra volontà emerge con particolare evidenza durante un viaggio.
La prima fase è l’organizzazione del viaggio. Il mondo è vario, ricco di colori e culture diverse, di usanze incredibili, di luoghi magici e di cibi profumati. È necessario prepararsi adeguatamente!
La seconda fase è godersi il viaggio. Incontrare nuove persone e approfondire la conoscenza di quelle che già conosciamo. Tuttavia, la vera scoperta è riscoprire se stessi: quando i nostri occhi e la nostra percezione incontrano qualcosa che ci appaga e stupisce, il nostro io assume una nuova consistenza e forma. Sì, perché il vero obiettivo di un viaggio è arricchire il nostro io.
Il nostro io, sulla cima di ogni esperienza, va alimentato con emozioni positive e negative, con alti e bassi, con persone e culture nuove, con sensazioni e percezioni. L’io deve essere nutrito con la diversità per acquisire la capacità di adattarsi all’ambiente esterno.
sharon di mauro
tirocinante di psicologia
presso lo studio burdi

Il senso di colpa
Il senso di colpa
Il senso di colpa è come una valigia che ci portiamo dietro fin dal momento in cui veniamo al mondo. Forse è colpa della storia, forse della religione, o magari è una questione di genetica o antropologia. Il punto è che approdiamo a questo mondo con un bagaglio di senso di colpa. La predisposizione naturale, combinata con gli eventi della vita, lascia ampio spazio alla sua crescita.
L’infanzia è un momento cruciale in cui sperimentiamo i primi sguardi, le prime esplorazioni, le prime sensazioni, i primi pianti, ma soprattutto i primi piaceri. Talvolta ci comportiamo male, facciamo una cosa invece di un’altra, cambiamo idea attratti dalle bellezze del mondo; spesso commettiamo errori, ma da bambini non proviamo senso di colpa per le nostre azioni, anche quando sono oggettivamente sbagliate. Il senso di colpa, infatti, nasce dalle pressioni della società.
Da piccoli siamo liberi: liberi di toccarci, di sperimentare i piaceri semplici della vita, di essere quasi selvaggi. Non esiste senso di colpa, perché non esistono giudizio, pudore o vergogna. La società, però, ci impone un carico enorme di pressioni. I bambini esplorano il piacere perché non conoscono i tabù imposti dalla cultura, dalla religione e dai dogmi.
In età adulta, l’esperienza del sesso assume sfumature e particolarità. Il sesso si manifesta in molte forme, e una di queste è fare l’amore con se stessi. Noi siamo la prima forma di vita che possiamo e dobbiamo apprezzare. Un possibile “undicesimo comandamento” potrebbe essere: Ama te stesso prima di amare gli altri.
La domanda è: come posso amare qualcuno se non conosco l’amore per me stesso? Mi spiego meglio. Come posso apprezzare una certa tonalità di colore se non l’ho mai vista?
Ad essere onesti, amare se stessi non è affatto semplice. “Sestesso” è un concetto ambiguo e sfuggente, difficile da comprendere. Spesso il nostro “io” è proiettato sugli altri: nei genitori, nell’amica, nel partner. Ci identifichiamo in modo equivoco, perdendo il contatto con la nostra vera essenza. Sarebbe necessario fermarsi, riflettere e porsi la domanda: Chi è il mio io? Una domanda difficile da affrontare e ancora più difficile da rispondere.
Si dice spesso che bisogna perdersi per ritrovarsi, e questa, per quanto sembri una frase fatta, è una verità profonda. Riconosciamo noi stessi solo quando abbiamo toccato il fondo, quando tutto sembra privo di significato, quando non desideriamo più risalire, ma soltanto rimanere lì, fermi, avvolti nel nulla. Solo in quei momenti estremi, quando una mano amica o una forza interiore si muovono per scuoterci, troviamo il nostro vero “io”. È allora che scopriamo il fulcro della nostra esistenza.
Sharon Di Mauro
Tirocinante in Psicologia
Università Statale di Foggia
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StICaZzI
‘Sti cazzi
Mio Figlio. Fin da piccolo era affascinato da tutto ciò che era costruzione. Passava ore a smontare e rimontare giocattoli. Costruiva macchine fatte con qualsiasi cosa trovasse in casa. E così, con il passare degli anni, complice la sua passione per il Kart, il suo sogno era diventato sempre più chiaro: voleva fare ingegneria. Lo ripeteva a tutti, con una certezza incrollabile, era il suo destino!
Finito il liceo, con grande determinazione, quest’anno si è iscritto alla facoltà di ingegneria a Torino. Fuori sede. Si può bene immaginare tutto ciò che questa scelta impegnativa abbia comportato. Per tutti. Emotivamente, ma anche economicamente. La fine di settembre. Trasferimento effettuato. Io lì, emozionata come fosse la mia storia! All’alba del primo giorno di lezione, lui sembrava inarrestabile: Tutto era pronto. Quella luce negli occhi di chi sta per realizzare il suo sogno. Alle 8.00 fuori di casa! Primo pomeriggio, il suo rientro a casa dopo una lunga giornata di lezioni: quelle lunghe pagine di appunti, e concetti astratti erogati alla velocità della luce e quelle 200 persone con cui non era riuscito a scambiare neanche un “ciao” in tutto il giorno non somigliavano affatto alle sue costruzioni di bambino.
L’idea di ingegneria che si era immaginato – quella pratica, creativa, concreta – sembrava solo un lontano miraggio. Ho ben stampato in mente il suo sguardo al rientro a casa: deluso e confuso, come a chiedere aiuto. Guardandomi mi ha detto: “Non so se posso farcela. Forse ingegneria non fa per me, non è quello che mi aspettavo.”
In un attimo il mio cervello ha fatto un giro su tutto quello che la sua scelta aveva comportato fino a quel momento. “O mamma! E ora?! Che si fa?!”.. è stata per un secondo la sola opzione della mia testa. Per fortuna…solo per un secondo!
Un leggero innalzamento delle spalle, la testa un po’ indietro e leggermente da un lato, lo sguardo semichiuso, un cenno di sorriso, le braccia aperte, eeee…..” ’Sti cazzi! “. Gli ho risposto. “Farai altro!”
Con quel “sti cazzi”, liberatorio e affettuoso, non è che avessi dimenticato tutte le conseguenze che questo cambio di rotta avrebbe comportato. Semplicemente le avevo tolte dal focus. Piuttosto volevo trasmettergli che non era la fine del mondo, che non era un fallimento, ma solo un cambio di rotta. Che nulla era sprecato, poiché la vita è fatta per cercare, provare, sbagliare, ricominciare, e magari sbagliare ancora, finché non si trova davvero ciò che si ama. E che ci saremmo occupati dopo delle conseguenze di questo cambio di rotta!
Da lì, è partita la magia!
Si è sentito leggero. Ha immaginato l’alternativa. Forse avrebbe fatto un nuovo esame di ingresso in un’altra facoltà... Poco importa! Perché grazie a quel “sti cazzi”, ha compreso che poteva considerare il suo diritto a cambiare idea, senza che questo dovesse comportare ore ed ore di discussioni per convincermi che così doveva essere, senza che nessuna delusione o preoccupazione mi attraversasse la mente: poteva smettere di sentirsi in colpa per aver mosso tutto quel meccanismo (apparentemente inutilmente). Esisteva una via di uscita. Nei giorni seguenti, la leggerezza ha fatto da padrone: Stacontinuato il suo percorso. Ed è felicemente integrato.
“ ‘Sti Cazzi” è tante cose.
È l’arte della leggerezza. Dell’infischiarsene dei giudizi e delle aspettative altrui, oltre che di tutto ciò che imbriglia la propria potenzialità. È l’arte del vivere nel qui ed ora. “Sti Cazzi” è togliere importanza a ciò che reale importanza non ha; è togliere potere a chi, su di noi, potere non ha; “Sti cazzi” è la soddisfazione di uno sforzo che hai fatto, anche se il risultato non è dei migliori. E’ il potere delle tue passioni, in mezzo ad una consuetudine di doveri;
Ma “Sti Cazzi” è anche un interruttore, (metaforicamente) la valvola della pentola a pressione: quando un pensiero ci domina e l’ansia prende il sopravvento. Una paura irrazionale, una incertezza o un dubbio ingombranti… “ ‘Sti cazzi” è uno strumento potente che permette in un istante di cambiare il tono, la prospettiva. Di accettare quel pensiero scomodo, osservarlo con distacco e, di lì, cominciare una svolta riflessiva, magari attraverso una immagine che stona con le altre del momento.
Carla Ferguson Barberini, autrice del libro Super Sticazzi dice: “il metodo sticazzi, aiutando a esercitare il giusto e semplicissimo azzeramento dell’esigenza nei confronti di sé, conduce a ben due risultati che sono uno consequenziale all’altro: l’aumento dell’autostima e il successo d’azione. L’insegnamento dello sticazzismo è un invito a esserci amici e a riscoprire il sorriso dell’osservarci in ogni nostra miseria senza rammarico alcuno”.
Parole quantomai esplicative dello sticazzismo applicato: l’“Azzeramento dell’esigenza nei confronti di sé” è la via del vivere senza aspettative pressanti su noi stessi. Vuol dire che impariamo ad eliminare qull’impulso dell’ego che pretende sempre di vederci perfetti nel raggiungimento dei nostri traguardi personali. Vuol dire che riusciamo ad essere più autentici con noi stessi e nel mondo. Presenti alle sfide, ma sereni nell’affrontarle, senza dover necessariamente essere qualcosa di specifico. Vuol dire che diventiamo capaci di accettare con serenità anche i nostri limiti umani e che un errore è perdonabile.
NO. Non è superficialità. Non è indifferenza, disinteresse, noncuranza o insensibilità. È al contrario una pratica necessaria per affermare sé stessi, assumendo, il più spesso possibile, prospettive diverse e più serene.
Provare per credere, e sennò, Sti cazzi !!!
Valeria Carofiglio
Tirocinante in Psicologia Clinica
Presso Studio Burdi
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Intersezioni
Intersezioni
Stamattina riguardavo vecchi lavori di anni passati, di passioni che restano nell’anima, altri lati di me. Studiavo design ed era il 2015, stavo lavorando al mio progetto dell’ “oggetto noto”. Un elaborato grafico che doveva spiegare il funzionamento di un minipimer della Braun.
Guardando l’ elaborato mi risuonano ancora in testa le indicazioni per l’esecuzione di una tavola perfetta.. intersezioni, prospettive, punti di fuga, pazienza, dedizione, e colore.. per rendere tutto più vero.
Tutto inizia da un foglio bianco, è la nascita, la gravidanza, la vita che nasce dal nulla.
Sul foglio ci sono bozze, schizzi a mano libera che rappresentano l’idea, idea che deve essere spiegata, deve trovare un senso ed una realizzazione.
Ciò che assume un ruolo fondamentale è la prospettiva.. come nella vita, non ne esiste solo una, o non potremmo vedere l’oggetto nella sua interezza, le prospettive sono tante quanti sono i lati dell’elemento, più se ne rappresentano, più sarà possibile visualizzare nella mente l’oggetto completo. Non esiste una sola e coerente prospettiva, ne esistono tante, tutte coerenti e impegnate nello spiegare una diversa posizione, un’inclinazione, la luce illumina dei lati, e genera ombre, fondamentali per comprendere l’oggetto stesso nella sua spazialità. L’oggetto non può essere compreso se non si analizza il suo contesto, se non si rappresentano le ombre, la luce che lo illumina.
“Le intersezioni sono l’anima del disegno” la frase che ha accompagnato i miei tre anni di design. L’intersezione è il punto in cui più linee si uniscono ma non si fermano in un punto comune, continuano per qualche millimetro ognuna la sua direzione.. andavano rigorosamente ripassate con il rapido 01.
Forse lì non capivo realmente perché fossero l’anima del disegno trattandosi solo di linee di costruzione. In effetti non rappresentavano l’oggetto in sé per sé, non venivano colorate, non erano illuminate.. ma erano il processo, e solo ora mi rendo conto di quanto il processo sia la parte più importante e decisiva, il processo non si vede, non è tangibile, esiste, se guardi bene lo percepisci, ma è una linea transitoria, che segna il passaggio ad un’ altra dimensione, senza questo non vi è elemento, non vi è vita, non vi è cambiamento. Non esiste nulla.
Ricordo ancora che la parte più bella era sempre alla fine, rappresentata dall’ “esploso”. L’elemento veniva finalmente raffigurato tridimensionalmente, veniva colorato, si giocava con le luci e con le ombre, era la vita, erano le emozioni, la gioia di aver quasi terminato, di aver dato vita ad un elemento, di averlo costruito da zero. E lì su quella tavola c’erano anche gli errori, che restavano a matita, potevi vederli se ti concentravi, ma si perdevano nell’interezza e maestosità del lavoro ultimato. E così anche gli errori potevano prendersi il loro protagonismo per aver contribuito alla costruzione e non alla distruzione, erano processo, erano mattoni di vita, erano parte fondamentale di tutto il lavoro, cancellarli era un errore su cui non si transigeva.
Ma l’esploso poteva essere realizzato senza prima aver dichiarato giusto spazio alle prospettive? Alle misure? Alle tantissime viste?
L’esploso era la parte più bella perchè tutto era finalmente visibile, era chiaro, studiato nel dettaglio e rappresentato dal processo.
Costruito su basi solide, in quanto l’elemento finalmente si conosceva, si poteva rappresentare ogni lato che si voleva, ci si poteva finalmente divertire con i colori perché si conosceva ogni curva, ogni spigolo, ogni misura dell’elemento. Senza conoscenza dello stesso, anche il colore poteva far paura, poteva rovinare il risultato finito, poteva non far comprendere realmente l’essenza.

La vita dell’elaborato veniva donata dal colore, ma senza lo studio, senza gli errori, senza le intersezioni, o la bozza, senza l’intero processo non poteva esserci vita.
Ad oggi mi soffermo su questa fase del processo per ridargli la giusta attenzione che merita, riguardo gli errori della tavola ringraziandoli di avermi chiarito ciò che in un primo momento non era così chiaro.
Riguardo le intersezioni, perché seppur non colorate, seppur esterne all’elemento ultimato non ne sono estranee, ma anzi sono la parte più interna, linea generativa e costruttiva, matrice e madre creatrice.
Riguardo il processo, con più lentezza, con la voglia di ridonargli il giusto tempo di esecuzione, di validare ogni linea, ogni cambiamento, ogni prospettiva, senza fretta, con l’obiettivo di costruirne ogni lato, ogni particolare, di dedicare spazio ad ogni linea tratteggiata, perché è vero quella linea in quella prospettiva non si vede, ma diventa inevitabilmente la protagonista se si cambia la prospettiva.
Ma conservo la gioia di arrivare alla fine, di portare il colore e la luce, di portare vita e festeggiamento per il progetto finito, senza togliere lo spazio al tempo che inevitabilmente è richiesto.
È la mia metafora della gruppo analisi, del mio cambiamento, e sento di essere ancora nella parte del processo e della costruzione di me stessa
benedetta racanelli
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KINTSUGI
KINTSUGI
rotto è più prezioso
Chi rompe paga e i cocci sono i suoi… e sono bellissimi!!
“E’ l’alba di un momento. Sono piena di entusiasmo. Vibro e rivibro. Sento la potenza della vita scorrere. Che fortuna che anche tu ci sia, qui accanto a me. Ma il passo è lento, mi affatica. E tu? Dove sei finito? Scorbutico e infastidito. Ci contavo. Dove ho sbagliato? Ma non posso mollare. Ho paura, ma riprovo.Saranno fieri di me. Tento ancora e non mollo. Mi hanno insegnato a non mollare. Devo arrivare, devo farcela e devo farlo nel migliore dei modi. Altrimenti…..altrimenti……altrimenti……meglio non pensarci. Mi vedranno, finalmente!
Ma io non mi sento a mio agio. Voglio rallentare. E mi sento pure sola, ormai. Si sono arrabbiati. Dicono che ho fallito… chevergogna! Danno e Beffa. Qui, su di me. Un senso di colpa mi pervade! Avrei dovuto, avrei potuto fare. Ho fallito!!”
Nulla sarà più come prima.
…E per fortuna direi.
Le cose non filano sempre lisce. Amiamo profondamente i nostri sogni. Siamo lì, sul pezzo, a pretendere, più o meno consapevolmente, che tutto vada secondo i piani. Ma qualche sogno non ci ha amato fino in fondo: non abbiamo superato quell’esame; quella persona, proprio quella da cui non ce lo aspettavamo, ci ha tradito, manipolato, violato; quell’altra volta non siamo riusciti a difenderci; Insomma, in qualche misura, abbiamo fallito. Il fallimento è per noi una esperienza che disturba.
Chi non ha avuto esperienze soggettivamente disturbanti?: un fallimento (appunto) personale o relazionale, ma anche un’umiliazione subita o una interazione (anche ripetuta) brusca con delle persone significative, peggio se durante l’infanzia. Qualcuno ne ha subite di più gravi: traumi che hanno minacciano la propria vita, o quella delle persone care: un abuso, un incidente, ecc… Comunque sia è danno. E’ lesione. Qualche volta e’ lacerazione. Del corpo, della mente e dell’anima. E’ crisi. Una crisi è un bicchiere mezzo vuoto. E’ difficile vederlo come un orizzonte, come una apertura alle mille possibilità che un orizzonte propone. E’ più facilmente una chiusura, attraverso la quale non passa niente, neanche l’aria. Perché?
Perché le ferite dell’anima e i traumi della mente sono scomodicome cicatrici da nascondere sotto strati di trucco? Meglio non parlarne, nasconderli sotto il tappeto della nostra memoria, chiusi nel doppiofondo del nostro cuore, restando noi immobili a sperare che, non pensandoci troppo, spariscano. Perché? Perché siamo educati alla perfezione. Tendiamo a considerare il perfezionismo un simbolo di valore. L’emblema della persona di successo. Uno spartiacque tra l’essere accolto o l’essere rifiutato, da un genitore, ma anche da un figlio. Da un partner, o da un amico.
Da un gruppo, da una società. Eppure, al contrario, spesso da perfezionista, mi sono sentita scontenta ed insoddisfatta, nella costante sensazione di non essere (ovviamente) mai abbastanza perfetta: come figlia, come studente, come professionista, come moglie, come madre, come amica….tutto sarebbe perfezionabile. E’ questo un modus vivendi in cui l’apparente perfezione è più importante della realtà.Siamo dominati da voti, classifiche, graduatorie, che certamente non aiutano.
Sono un professore universitario. Vedo molti ragazzi e vedo gli effetti che questa mania di perfezionismo ha su di loro. Lui, uno studente, questa mattina era li’. In prima fila. Partecipava ad una sessione del mio esame. Ad un certo punto, si è avvicinato a me e con respiro affannoso mi ha detto che era uno studente DSA, tentando con le parole di giustificare cosi’ la sua tachicardia. Chiedeva di andare fuori a respirare. Non ho potuto fare a meno di immaginare quale fosse la sua ansia da prestazione in quel momento. Quanto si potesse sentire deluso all’idea di non farcela. Forse stava solo tentando di mostrare la sua debolezza,.A me … e a se stesso. In una cultura in cui questo non è permesso. Ecco la pericolosità del perfezionismo come stile di vita: il perfezionamento delle proprie imperfezioni. E quando lo interiorizzi, ti è piu’ facile accettare una etichetta (sono un DSA) che giustifica le tue imperfezioni, (come se le imperfezioni avessero bisogno di giustifica) ma che ti lascia vivere finalmente in pace. Ma quanto spreco ha fatto questo giovane uomo della sua vita? Questo è un mondo in cui ogni imperfezione aumenta il bisogno di essere perfetti, altrimenti sei un fallito. In un ciclo autolesionistico!
Ci è difficile quindi vedere in una crisi lo spiraglio di un’opportunità o il segno che abbiamo bisogno di evolvere e cambiare.
Chi rompe paga e i cocci sono i suoi…è un proverbio toscano, che seppure poco veritiero, ci induce a pensare che se prendiamo un oggetto e lo rompiamo, dobbiamo pagare il danno, e poi potremo tenere per noi i resti di quell’oggetto ormai rotto. E che ce ne facciamo di questi cocci? Cerchiamo di ricostruire quell’oggetto. Usiamo colla trasparente per tentare di ricostruirlo cosi come era. Apparentemente perfetto. In modo che non si veda. Ma lo sappiamo che non durerà. Una cosa rotta non potrà più tornare davvero come prima. E allora cosa si fa? La si butta via. Lo si butta via e si ricompra. No!? La vita però non si può gettare via, né ricomprare. Un evento traumatico, è una porcellana rotta. E i suoi cocci sono pure furbissimi. E sono tutti uguali. E uno crede di aver raccolto e di avere in mano i suoi cocci. Quelli per cui ha pagato. Invece ha in mano i cocci di chissàchi.
Perciò ci sentiamo costretti a rimanere intrappolati in relazioni che non esistono piu’; su un esame universitario per anni; Incapaci di godere del normale piacere erotico; sotto il potere di sostanze naturali o artificiali che ci intossicano e ci consumano giorno dopo giorno; Incapaci di riprendere una via. Goffi nel tentativo di nascondere il danno, perché….”cosa diranno di me”. Teneri, nel tentativo di attaccare con lo sputo pezzi che non combaceranno mai… questi cazzo di cocci… Alla meglio, va di moda l’accettare, con un amaro gusto di sconfitta in bocca e un sorriso falso sulle labbra.
Ma noi siamo esseri umani. Neotenici. Capaci di adattamentocreativo. Vuol dire che fa parte del nostro istinto non arrenderci alle difficoltà, ma superarle. E se cadiamo o falliamo, abbiamo le capacità e la forza di rialzarci ed elaborare nuove soluzioni. È allora che la filosofia giapponese del kintsugi viene in nostro aiuto:
“l’obiettivo non è solo quello di sistemare l’oggetto, ma di dargli anche una nuova vita e un nuovo aspetto, valorizzandone le crepe, invece di nasconderle. Dolci cicatrici, come fiumi d’oro, lo attraversano, regalando alla vista una nuova armonia.”
Il concetto di fondo è importantissimo: ciò che è rotto non è perduto, ma può rinascere, con nuova forma e con la forza dalle sue imperfezioni. Diventando così qualcosa di molto più bello.
Le nostre cicatrici non sono più difetti, ma sono l’inchiostro con cui è stato scritto il nostro passato. Raccontano la nostra storia che, per quanto dolorosa, è parte di noi. Siamo noi. I sopravvissuti. Le esperienze difficili che abbiamo affrontato non ci hanno solo “danneggiato”, ma anche rafforzato e fatto crescere. Vasco rossi diceva:
Noi siamo i soliti, quelli così
Siamo i difficili, fatti così
Noi siamo quelli delle illusioni, delle grandi passioni
Noi siamo quelli che vedete qui
Abbiamo frequentato delle pericolose abitudini
E siamo vivi quasi per miracolo, grazie agli interruttori
Noi siamo liberi, liberi, liberi di volare
Siamo liberi, liberi, liberi di sbagliare
Siamo liberi, liberi, liberi di sognare
Siamo liberi, liberi di ricominciare
E dunque, coli tra i nostri cocci lo stimolo a reagire, la fiducia in noi stessi, la consapevolezza di cio’ che siamo in grado di fare, anche dopo un fallimento. Circoli nelle nostre vene l’oro della creatività e dell’empatia verso se’ e verso gli altri, per superare definitivamente la sclerosi da giudizio.
Valeria Carofiglio
tirocinante di psicologia clinica
presso lo studio burdi

Schiena
SCHIENA
A schiena nuda
contro pareti di chiese sconsacrate.
Negli occhi frammenti e colori dei rosoni gotici.
Ti prego stringimi nello scialle caldo
del tuo conforto.
Cadono le preghiere al traguardo degli autunni
passati ad aspettarti
Ti prego dissetami dalla fonte di verità
portandomi alla bocca
il calice malfermo di Bacco.
1i prego legami
i pensieri di libertà che mi hanno portato qui
credendo di lottare
nel silenzio del mio
bug genetico.
katiuscha nazzarini

L’ Equilibrio
Equilibrio.
Ci sono periodi in cui ci sentiamo in equilibrio, al posto giusto, sono momenti in cui non capita necessariamente qualcosa, non avviene dall’esterno, ma parte da noi stessi.. può capitare all’improvviso, guardando la pioggia dal terrazzino di casa a metà agosto, quando il vento e l’aria fresca ti accarezzano il viso, ti alleggeriscono dalla routine e dal caldo estenuante..
può capitare durante un pomeriggio in sup, sei in equilibrio su una tavola e guardi l’orizzonte, ti perdi nei colori del tramonto e ti accorgi che non è mai stato così bello.
E su quella tavola ti senti un tutt’uno con l’esterno, con il mare, con il sole, con il vento. Lì in quel momento senti un’energia, delle vibrazioni che partono da dentro e si diramano attorno.
Sono momenti speciali, in cui ci si sente pienamente vivi, luminosi, leggeri.
Fatichiamo tanto a ricercare pienezza dall’esterno, dagli amici, dai partner, anche dai familiari.. quotidianamente.
Ed in questi momenti ci rendiamo conto che in realtà è già in noi stessi..
Attimi in cui non ci serve nient’altro, ci bastiamo e siamo felici. Non ricerchiamo niente nel futuro e non guardiamo al passato, siamo pienamente centrati sul nostro, personale, presente.
Oggi sono rientrata dalla palestra, ho fatto la spesa e mi sono messa a guardare fuori, qui piove ma è meraviglioso. Mi sono sentita così, felice, luminosa e grata di essere qui in questo momento, non è successo niente di particolare. Sono solamente felice ❤️
benedetta racanelli
Continua
Fortemente presente, totalmente assente.
Fortemente presente, totalmente assente.
Minuchin, pioniere della psicoterapia familiare, identifica tra le costellazioni familiari della coesione, due tipologie completamente opposte, ma ugualmente distruttive.. l’invischiato e il disimpegnato.
Nella famiglia invischiata l’individualità è totalmente assente, la famiglia è totalità, le emozioni vengono sentite da ogni componente in maniera amplificata, non c’è privacy, non esistono limiti, ogni decisione viene tacitamente accettata da ogni membro senza possibilità di reale confronto. Esistono regole, doveri, disposizioni, in onore dell’amore familiare, un amore eccessivo, talmente forte da distruggere, privare il bambino della sua vita, che non lascia spazio alla crescita individuale, alle scelte.
Un padre che ama profondamente e con tutto se stesso la sua bambina, la sua gioia, il suo cucciolo da proteggere, istruire, crescere, incontra in terapia un ragazzo, un meraviglioso ragazzo soffocato dall’amore di una madre che per tutta la sua vita c’è stata per lui. Lei c’è stata in un modo che credeva fosse quello giusto, ha cercato di farlo vivere in una campana di vetro, lontano dai pericoli, in un mondo ovattato, finto, perfetto, un parco giochi con tutte le misure di sicurezza. Come portare un bambino sullo scivolo mettendogli casco, ginocchiere, cuscini a terra, magari controllando costantemente che non stia sudando, e magari non facendolo divertire troppo perché potrebbe distrarsi e farsi male. Uno scenario soffocante frutto di un amore opprimente, che diventa distruttivo.
Un padre incontra oggi in gruppo analisi, un ragazzo ipocondriaco con una madre che ha sempre adottato tutte le misure di sicurezza, che lo ha allontanato da qualsiasi pericolo.. E che oggi combatte con l’ansia e il panico di vivere la propria vita, impaurito dalla possibilità di essere contaminato da un mondo, che misure di sicurezza non usa.
La proiezione del ragazzo nell’uomo è stata talmente forte che al solo racconto dell’amore del padre verso sua figlia, questo ragazzo ha reagito con ansia, sentendosi soffocare da un amore che annienta.
Dall’altra parte della medaglia, abbiamo la famiglia disimpegnata, dove l’individualità è tutto, le misure di sicurezza non esistono, i genitori non accompagnano i bambini nella scoperta di se stessi e del mondo, dove i pericoli non si riconoscono ma se ne ha accesso.
Una madre che si dimentica sistematicamente di prendere la figlia da scuola, due fratellini che decidono di andare a prendere un treno per partire, una ragazza che si fa carico di tutti i problemi della famiglia nella disperata e vana speranza di ricostruire un ambiente più sano, unito e positivo, un ragazzo che deve consolare una zia nonostante il suo desiderio di essere protetto e consolato da sua madre. Sono scenari dove i ruoli si invertono, generando confusione, disagio e paure. I figli diventano genitori, privandosi di vivere la fanciullezza, l’adolescenza, ricercando in loro stessi una perfezione estenuante. Vivendo con la costante paura di sbagliare, di essere giudicati, di non essere abbastanza per non aver mai avuto sostegno, calore e approvazione.
In gruppo li riconosci, sono giovani adulti, composti, con emozioni soffocate, ma che quando emergono raggiungono tutti, come un urlo straziante.
Entrambe le costellazioni sono distruttive, privano il bambino e il futuro giovane adulto di autostima, di sostegno, di fiducia in loro stessi, generano ansie e paranoie, malattie psicosomatiche, rigidità e diffidenza che si cronicizza in noia o depressione.
La magia della terapia di gruppo è la possibilità di confronto, di conoscenza di queste realtà, accompagnando ogni persona nella comprensione di queste dinamiche e nel proprio cambiamento. Nell’affermazione di se stessi, riappropriazione della propria persona.
benedetta racanelli
tirocinante di psicologia
presso lo studio burdi