
Per fortuna che ci sono
Per fortuna che ci sono
A tutti noi sarà capitato almeno una volta nella nostra vita, di sentirci persi. Di non avere un posto, di brancolare nel buio.. di avere la sensazione che qualsiasi scelta sia sbagliata e non trovare la direzione giusta.
Come afferma lo psicologo Joan Borysenko, “La paura può essere descritta come un’emozione primordiale e potente. Quando siamo spaventati, possiamo sentire che il nostro senso di sicurezza è minacciato e il mondo sembra traballare sotto i nostri piedi”
In questi momenti, la sensazione che si prova di smarrimento è talmente opprimente da spingerci a cercare salvezza, spesso all’esterno.
Così ci si ritrova a cercare un appoggio, un punto stabile a cui ancorarci, senza renderci conto che il mare in tempesta siamo noi. E il mare non può affidarsi ad un ancora.
Ritrovare la speranza nel poter contare su se stessi è un processo che richiede coraggio e fiducia. È il riconoscimento che, nonostante le sfide e le difficoltà, abbiamo in noi stessi la forza di superare gli ostacoli e di costruirci un futuro migliore.
In questo modo la tempesta si calma, ma il mare conserva la potenza e l’infinità. Meno male che ci siamo noi per noi stessi.
A cura di Benedetta Racanelli,
tirocinante presso lo Studio di BURDI

Questione di Peeling
Questione di Peeling
“A titolo di esercizio, sarà bene separarci ogni tanto dal nostro viso, dalla nostra pelle, lasciare in disparte questo rivestimento ingannevole e, non fosse che per un attimo, deporre il cumulo di grasso che ci impedisce di discernere in noi il fondamentale.” Emil Cioran, Il funesto demiurgo, 1969.
Talvolta vivono un pò così. Isolati da ogni dubbio. Trincerati dietro gli occhiali del censore più’ inflessibile, del giudice più’ severo e del lamentoso più’ insaziabile. E raccontano di aver a cuore l’altro. Di aver fatto grandi numeri per lui. Ma quali grandi numeri? Erodono lentamente ogni possibilità di successo: pronti a trasformare ogni dettaglio della nostra vita in una salita ripidissima, ogni nostro errore in un peccato imperdonabile, e ogni nostra carenza in un fallimento catastrofico. Criticano continuamente di una critica perfetta. Ogni sorriso nasconde una piccola dose di veleno: “Credo che tu sia una persona sensibile e intelligente, con qualche difettuccio. Come tutti”. “Resti e resterai sempre la persona giusta più’ sbagliata che io abbia mai conosciuto”.
E si potrebbe andare avanti per ore lasciandoli scolpire la realtà secondo la loro visone, fino al momento del giudizio universale: giudicano e condannano con una tale sicurezza e forza da far sentire in errore chiunque, indipendentemente da come sono andati i fatti. Uno sguardo, una inclinazione della testa e si viene trascinati in un gioco di potere tipico di chi si sente l’esperto superiore. Esperto di che poi… non si sa. A noi è dato solo di zigzagare nei corridoi contorti della loro mente , nelle loro convinzioni statuarie e nei loro presunti miracolismi. Per fede. Perché non possono spiegare: “Certe cose le devi capire da sola! Cosi’ fanno le cose che funzionano”
E si…loro soffrono. Hanno sofferto, e la vita gli deve qualcosa. Le persone gli devono sempre qualcosa. Quantomeno una buona dose di compassione. E come scultori, danno forma alla loro posizione esaltata e mettono in ombra la nostra. Perchè il loro dolore è l’unico che abbia senso di essere ascoltato, inducendo, in tal modo, un tale senso di angoscia da non poter fare altro che aiutarli. “Insensibili”, ecco l’altro giudizio, arriva come una lama a scolpire ancora una volta l’immagine che abbiamo di noi. Forse trovano un certo senso di bellezza e soddisfazione nel lamentarsi continuamente. Il nostro dolore non esiste, non esiste per loro, è solo una giustificazione. Non è che lo ignorino, ma non si lasciano distrarre da parvenza di obiezioni: le questioni veramente importanti sono altre. Piuttosto soffermiamoci sulle mancanze che noi abbiamo prodotto. NOI? Proiezioni radicate dentro di loro, come una condanna a vita: pratiche abituali. E pensano che noi siamo cosi’, come loro. Pensano che li vogliamo fregare, e si sentono in diritto di transennare i nostri comportamenti, le nostre amicizie, i nostri affetti, di giudicare passaggi importanti della nostra vita, di giudicare addirittura la qualità del nostro dolore. Mentre, indisturbati, negando persino l’evidenza..
Il loro sguardo non perde mai un dettaglio, una sfumatura e vivono nella inarrestabile voglia di perfezione. Perché si dovrebbero accontentare di qualcosa di inferiore della perfezione? Il delitto perfetto si compie quando ci caricano di aspettative inducendoci a dare il meglio di noi, per raggiungere il loro standard straordinariamente alto e finalmente poter stare insieme.. E se durante il cammino sorge una qualche difficoltà…bhe….si rifiuta ….è sempre e solo qualcosa che non è all’altezza delle aspettative. Certamente non parliamo di aspettative irrealizzabili… solo un tantino alte: farli essere felici (come se la felicità fosse solo una loro ambizione). Parliamo comunque di una cosa che dipende solo da loro e dalla loro volontà di esserlo, e che pertanto costituisce per noi una aspettativa su di noi non facilmente realizzabile, ma non impossibile… Ci richiede solo una serie di obbiettivi che si spostano sempre un po’ più’ lontani e di azioni che ci faranno dare il meglio di noi. E poco importa quanto ci si sforzi, tanto ogni sforzo è inutile. Perché loro vivono sempre alla ricerca e mai completamente soddisfatti e nell’idea che le aspettative su di noi siano il minimo che noi si possa fare per loro. E non c’è bisogno di dire un grazie… perchè noi dobbiamo espiare le nostre colpe.
Che delusione!!! Neanche questa volta ci siamo riusciti. La delusione: il burattinaio delle relazione. Non c’è una volta che non l’abbiano lasciata trasparire. Non c’è una volta che loro non abbiano attivato un semaforo rosso. PUFFF! Spariti nel nulla, dispensando silenzi duri come. muri. Facendoci sentire in colpa. E cosi’… invece di vivere i nostri fallimenti relazionali, come degli idioti, al successivo arrogante semaforo verde, ci impegniamo a fare di più e meglio. Per noi non c’e’ niente di più’ motivante che la paura di perderli. Per noi, loro sono indispensabili. Fonte di approvazione. La loro delusione, come una spada di Damocle, e un dolore identitario per noi, una delusione che solo loro possono allontanare.
Il circolo vizioso: andate e ritorni continui. Il circolo vizioso che alimentiamo è un potente mezzo. Ma certamente non è come la raccontiamo, e non è colpa loro. Infondo stanno solo cercando di costruirsi una vita dallo standard elevato. E chissenefrega del resto!
Ci lasciano tutte le volte nello sgomento, senza una spiegazione, ma con una grande promessa: “il sospeso”. Torneremo: torneremo perché ci mancate, torneremo quando non avremo meglio da fare. Torneremo quando saremo scarichi o demotivati, torneremo quando avremo bisogno di abbandonare l’ennesima povera vittima, abbagliata dal fumo che vendiamo. Torneremo quando non vorremo rimanere soli. Per adesso andiamo, perché la nostra stima di voi è compromessa. Ma come, fino a due ore prima eravamo anime gemelle? Pronte a rivoluzionare il mondo insieme.
La stima di che? E soprattutto: perché avete bisogno ancora una volta di mostrarvi superiori? Eccolo là. Di nuovo il seme caduto che puo’ diventare pianta: il nuovo sospeso. L’ingresso per il prossimo arrogante semaforo verde.
Forse una maggiore consapevolezza dovrebbe tenerci lontani. Forse una maggiore onestà avrebbe dovuto tenerli lontani se ci giudicavano cosi’ pessimi.
La nostra è solo questione di peeling, invece la loro sembrerebbe una situazione sfuggita di mano, perché noi facciamo sul serio. Come le altre volte, ma meglio.
valeria carofiglio
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L’ Amore Non Ha Bisogni
L’ Amore Non Ha Bisogni
Non ho bisogno di un uomo per riempire la mia vita, la mia vita è già piena di me.
Se mi vuoi, ho il diritto di essere la tua prima scelta, non prendo le briciole di nessuno.
Non voglio essere scelta perché ti senti solo, non voglio avere la responsabilità di dare un senso alla tua vita.
Voglio che tu basti a te stesso e che tu mi scelga perché con me la tua vita è migliore, non perché sono l’opzione più facile, il tuo porto sicuro o perché hai bisogno di me.
Non sono il tuo appiglio, il salvagente indispensabile, voglio che tu sia capace di bastare a te stesso.
Ma se torni, voglio che tu lo faccia perché per te sono un valore aggiunto, non voglio essere necessaria, perché voglio una persona completa, capace di darmi valore e che sappia arricchirmi.
martina
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La Pulsione di Vita
Pulsione di Vita: Ciò che Dà Colore alla Tua Vita
La pulsione di vita è un concetto centrale nell’ambito della psicologia, con radici profonde nella teoria psicoanalitica di Sigmund Freud. Esplorare il significato della pulsione di vita e il suo impatto sull’ambito psicologico delle persone vuol dire anzitutto concentrarsi sul concetto che essa aggiunge colore e vitalità alle nostre vite. Esaminare come la pulsione di vita influenzi il nostro benessere emotivo e la qualità complessiva della nostra esistenza ci costringe a guardare indietro e a comprendere la teoria di Freud sulla pulsione di vita, noto come l’istinto di Eros. Freud ha sviluppato la teoria delle pulsioni, distinguendo tra due principali pulsioni umane: l’istinto di morte (o Thanatos) e l’istinto di vita (o Eros).
L’istinto di vita, o Eros, guida gli individui verso la ricerca di piacere, amore, connessione e soddisfazione sessuale. Freud sosteneva che questo istinto fosse il motore principale delle nostre azioni e desideri, sottolineando la sua importanza per il nostro benessere psicologico. Attraverso Eros, gli individui cercano di evitare il dolore, di creare relazioni significative e di perseguire il piacere in tutte le sue forme.
La pulsione di vita, secondo Freud, è intrinsecamente legata al concetto di libido, che rappresenta l’energia psichica associata a Eros. Questa energia è responsabile della spinta verso la vita e dell’attrazione per le cose che ci portano gioia e soddisfazione. La repressione delle pulsioni di vita può portare a conflitti interni e problemi psicologici, secondo la teoria freudiana. In breve, il ruolo centrale della pulsione di vita, rappresentata da Eros, nella teoria di Freud, evidenzia come essa influenzi le motivazioni e i desideri umani, contribuendo alla comprensione della psicologia umana.
Anche il famoso psicologo americano Abraham Maslow ha sviluppato una teoria della gerarchia dei bisogni umani, in cui la pulsione di vita gioca un ruolo fondamentale. Egli stesso sottolinea come la ricerca di autorealizzazione e il raggiungimento del potenziale individuale siano alimentati proprio dalla pulsione di vita, motore per la soddisfazione dei bisogni di autorealizzazione che contribuisce al benessere psicologico.
Cambiando apparentemente prospettiva, possiamo affermare come l‘arte è spesso un modo tangibile di esprimere la propria pulsione di vita. La dimensione artistica difatti, attraverso la sua creatività e la sua capacità di ispirare emozioni, può arricchire le vite delle persone. Esempi di artisti celebri, dimostrano come la pulsione di vita trovi espressione nell’arte, donando colore e profondità alle nostre esperienze più intime.
La pulsione di vita, inoltre, svolge un ruolo chiave nella resilienza psicologica. Indagare come la capacità di superare le avversità, imparare dagli errori e adattarsi alle sfide quotidiane è fortemente correlata alla pulsione di vita vuol dire osservare intorno in modo intelligente, guardare alle storie dei pazienti che che hanno affrontato situazioni difficili, consapevoli del ruolo fondamentalmente che giocano i processi motivazionali e le spinte propositive verso il cambiamento di stili di vita e/o quadri patologici considerati dai più come ‘incurabili’. E’ evidente, dunque, l’efficacia di questa energia mentale e passionale alla vita che influenza e condiziona ognuno di noi!
Da qui l’importanza, per il terapeuta, di fornire suggerimenti pratici su come coltivare e nutrire la pulsione di vita nelle nostre vite quotidiane. L‘adozione di abitudini salutari, lo sviluppo di relazioni significative e l’esplorazione delle nostre passioni, possono aumentare il colore e la vitalità delle nostre vite in modo esponenziale.
La pulsione di vita, che rappresenta il desiderio di vivere pienamente e con entusiasmo, può essere incoraggiata attraverso una serie di strategie e abitudini salutari. Di seguito sono riportati alcuni esempi concreti:
1. Mantenere uno stile di vita sano:
– Adottare una dieta equilibrata e fare regolare attività fisica. L’esercizio fisico rilascia endorfine, che aumentano il benessere e la vitalità.
– Assicurarsi di dormire a sufficienza per ripristinare l’energia e promuovere il buonumore.
– Evitare e limitare il consumo di sostanze nocive come alcol e tabacco.
2. Cercare la crescita personale:
– Imparare nuove abilità, interessarsi a nuovi argomenti o prendere parte a corsi che stimolino l’intelletto. La crescita personale favorisce la realizzazione di sé e la pulsione di vita.
– Mettersi alla prova attraverso sfide personali o professionali. Il superamento delle sfide può aumentare la fiducia e la vitalità.
3. Coltivare relazioni significative:
– Investire tempo ed energia nelle relazioni con amici, familiari e partner. Le connessioni significative forniscono supporto emotivo e aumentano il senso di appartenenza.
– Comunicare apertamente e onestamente con gli altri, sviluppando legami emotivi profondi.
4. Cercare passione e creatività:
– Scoprire le proprie passioni e interessi, e dedicare tempo a coltivarli. L’attività che ci appassiona può essere una fonte di gioia e ispirazione.
– Esprimere la creatività attraverso l’arte, la musica, la scrittura o qualsiasi forma di espressione che ci permetta di dare vita alle nostre idee e emozioni.
5. Praticare la gratitudine:
– Tenere un diario della gratitudine in cui si annotano cose per cui si è grati ogni giorno. Questa pratica può aiutare a focalizzarsi su ciò che di positivo c’è nella vita.
– Esprimere riconoscenza agli altri attraverso parole o piccoli gesti di gentilezza.
6. Vivere il momento presente:
– Praticare la mindfulness o la meditazione per essere più consapevoli del momento presente. La consapevolezza aiuta a sperimentare la vita con maggiore intensità.
– Rallentare e apprezzare le piccole gioie della vita quotidiana, come un tramonto, una tazza di caffè o un sorriso.
7. Rispettare i propri limiti:
– Imparare a riconoscere quando è necessario prendersi del tempo per se stessi o chiedere aiuto quando si affrontano sfide difficili.
– Evitare l’eccesso di stress e imparare a gestire le emozioni in modo sano.
Coltivare la pulsione di vita richiede, così, un impegno ed una grande consapevolezza, che si tramuta però in forza potente che permea la nostra psiche e influenza la nostra esperienza di vita in modo positivo. La pulsione di vita, in sostanza, è rappresentata daquella ricerca felice di amore, connessione, autorealizzazione e creatività, che aggiunge colore e vitalità alle nostre esperienze. Comprendere e coltivare questa energia intrinseca può contribuire in modo significativo al nostro benessere psicologico e alla qualità della nostra esistenza complessiva. In un mondo spesso dominato da sfide e ostacoli, la pulsione di vita può fungere da guida verso una vita più appagante e significativa.
A cura di Maria Arancio,
tirocinante presso lo Studio BURDI
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La Famiglia del Mulino Nero
La famiglia disfunzionale: quando la famiglia nuoce al benessere mentale, è ora di distaccarsene.
Rompere con la famiglia è una decisione estremamente difficile e significativa, e dovrebbe essere presa solo dopo aver considerato attentamente tutte le circostanze e le implicazioni psicologiche. Ci sono situazioni in cui può essere giustificato da un punto di vista psicologico, ma queste decisioni dovrebbero essere ben ponderate e supportate da motivi validi. Ecco alcune situazioni in cui potresti considerare la possibilità di rompere con la famiglia da un punto di vista psicologico:
1. Abuso fisico o emotivo: Se sei vittima di abuso fisico o emotivo da parte di un membro della famiglia, la tua sicurezza e il tuo benessere psicologico devono essere la priorità. In questo caso, rompere i legami con il familiare abusante potrebbe essere necessario per proteggerti.
2. Negligenza costante: Se sei stato trascurato o abbandonato dalla tua famiglia in modo costante e cronico, questo può avere gravi conseguenze per il tuo benessere psicologico. In alcuni casi, potrebbe essere necessario allontanarsi per cercare un ambiente più sano.
3. Differenze irreconciliabili: Se hai profonde divergenze con la tua famiglia su questioni fondamentali come valori, credenze o obiettivi di vita, potresti sentire la necessità di allontanarti per preservare la tua salute mentale. Tuttavia, cercare prima di tutto una comunicazione e una comprensione reciproca è importante.
4. Dipendenza da sostanze: Se un membro della tua famiglia è coinvolto in un comportamento autodistruttivo o ha una dipendenza da sostanze che ti sta danneggiando psicologicamente, potresti dover stabilire dei confini per proteggerti.
5. Scelta personale: In alcune situazioni, potresti semplicemente scoprire che le dinamiche familiari sono troppo dannose per il tuo benessere psicologico e potresti scegliere di allontanarti per cercare una vita più equilibrata. Quando l’invadenza familiare minaccia il potenziale espressivo individuale o mina l’autostima, è giunto il momento di tagliare un cordone ombelicale altamente oppressivo.
Prima di prendere una decisione così drastica, è consigliabile cercare supporto psicologico da parte di uno psicoterapeuta o consulente. Questo professionista può aiutarti a esplorare le tue opzioni, affrontare le tue emozioni e sviluppare strategie per gestire la situazione. La terapia familiare potrebbe anche essere utile per affrontare i problemi all’interno della famiglia. Inoltre, considera che la rottura con la famiglia può avere conseguenze a lungo termine, quindi dovresti riflettere attentamente prima di intraprendere questo percorso.
Una famiglia tossica può avere un impatto significativo sul benessere mentale di un individuo. Rompere con una famiglia tossica o ridurre la loro influenza nella tua vita può essere una decisione difficile, ma può essere necessaria per il tuo benessere. Ecco alcuni passi che puoi considerare per liberarti dal peso di dinamiche familiari insane e migliorare il tuo benessere mentale:
1. Riconoscere il problema: il primo passo è riconoscere che hai a che fare con una famiglia tossica. Rifletti sulle dinamiche familiari e sul modo in cui ti fanno sentire. Identifica i comportamenti o le relazioni che stanno contribuendo al tuo stress o alla tua infelicità;
2. Crea confini sani: impara a stabilire confini sani tra te e i membri tossici della tua famiglia. Questo significa comunicare chiaramente i tuoi limiti e essere disposto a far rispettare questi limiti. Stabile un rifiuto categorico rispetto il dolore che una famiglia può indurre, è il presupposto salvifico per non lasciarsi assoggettare da una violenza psico-fisica tanto vicina quanto pericolosa;
3. Cerca supporto: cerca il supporto di amici fidati, terapisti o gruppi di supporto. Parlarne con qualcuno che comprende la tua situazione può aiutarti a gestire lo stress e a trovare soluzioni;
4. Lavora su te stesso: investi tempo ed energia nell’autocura. Un percorso di terapia può aiutarti a sviluppare competenze per affrontare lo stress e le emozioni negative. La meditazione, lo yoga o altre pratiche di rilassamento possono anche contribuire al tuo benessere;
5. Considera la distanza fisica: in alcuni casi, potrebbe essere necessario prendere una pausa fisica dalla famiglia tossica. Questo potrebbe significare trasferirsi in un altro luogo o limitare il contatto;
6. Prendi decisioni informate: prima di prendere decisioni importanti riguardo alla tua famiglia, rifletti attentamente e cerca consiglio da professionisti della salute mentale. Le decisioni drastiche come il taglio completo dei legami familiari possono avere conseguenze, quindi è importante farlo in modo ponderato;
7. Crea una nuova rete di supporto: cerca di creare nuove connessioni positive nella tua vita. Gli amici, i partner, e le persone che condividono i tuoi interessi ed un percorso di curapossono diventare una fonte di supporto e sostegno prezioso;
8. Lavora sulla tua resilienza: la resilienza è la capacità di affrontare le sfide e le avversità. Lavora su questa abilità per sviluppare una maggiore forza mentale e capacità di adattamento;
9. Accetta che non sei responsabile per gli altri: ricorda che non sei responsabile per il comportamento degli altri membri della tua famiglia. Ognuno è responsabile delle proprie azioni e scelte.
10. Cerca aiuto professionale: In situazioni estreme, potresti dover considerare l’assistenza legale o protezione legale se la tua famiglia tossica sta causando danni fisici o emotivi gravi.
Liberarsi da una famiglia tossica può richiedere tempo e sforzo, ma il tuo benessere mentale è prezioso. Cerca il supporto necessario e prendi decisioni che ti permettano di vivere una vita più sana e felice.
A cura di Maria Arancio,
tirocinante presso lo studio Burdi

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Primo contatto con lo psicoterapeuta
Primo contatto con lo psicoterapeuta: una chiamata che cambia la vita
La vita di ognuno di noi è considerabile come la somma di attimi determinanti; l’unione di scelte fondamentali che, sovrapposte, arrivano a delineare un percorso esistenziale unico ed irripetibile. Momenti decisionali volti a rappresentare strade intraprese con coraggio, svolte radicali di una personale ricerca identitaria: la decisione di intraprendere una terapia è uno di quegli istanti cruciali, l’occasione che avvia un percorso di cambiamentoresponsabile prima, e la volontà di portare avanti attivamente gli effetti derivati da questo proposito poi.
Arrivare a contattare un professionista è, a tutti gli effetti, il primo passo da compiere verso il percorso terapeutico: ciò implica il riconoscimento esatto, da parte del paziente, di uno stato di sofferenza ingestibile a cui può porre rimedio solo il supporto di un esperto. La prima telefonata allo specialista, mossa entro un clima confusionale, determina quel passaggio obbligato verso l’incerto, volontà di una richiesta d’aiuto non più marginale, appello, in sostanza, di un dolore che vuole essere ascoltato e compreso nella sua totalità.
L’inizio di un percorso terapeutico è l’incontro di due mondi e visioni differenti; si attiva così un processo in cui si passa da uno stato di estraneità reciproca all’essere “compagni di viaggio”.L’iter che sancisce l’avvio di questa relazione terapeutica sembra essere scandito da tappe significative che spiegano bene il delicato equilibrio su cui regge, almeno inizialmente, un percorso di cura:
1) Disorientamento: il primo contatto verso il terapeuta nasce da un profondo malessere personale a lungo irrisolto, e dalla sola consapevolezza di tale sofferenza insopprimibile si decide di rivolgersi ad uno specialista. L’individuo, nell’esplicitare la richiesta d’aiuto, vivrà comunque uno stato di incertezza che lo accompagna verso l’ignoto, nella speranza che il bisogno di cura potrà essere accolto in modo soddisfacente dall’estraneo;
2) Anticipazione: la ricerca del miglior terapeuta muove da aspettative importanti, da un intrinseco bisogno di cambiamento personale, per tanto la scelta del profilo ideale verterà su aspetti ritenuti importanti dal paziente: chi detiene maggiori esperienze e titoli o chi infonderà, con il suo approccio empatico, maggior fiducia e senso di accoglienza. Riportando ciò nel setting terapeutico è importante, nel porre le fondamenta di un cammino psicoterapico, che sia il terapeuta che il cliente prendano le misure, imparando a conoscersi vicendevolmente al di là delle reciproche aspettative, ciascuno nell’ambito del proprio ruolo all’interno della relazione. In base alla compatibilità tra cliente e terapeuta si creerà un’alleanza particolare, tradotta nella capacità, da parte dei due componenti della diane terapeutica, di collaborare in vista di un obiettivo comune;

3) Prima rottura nel rapporto terapeutico: ogni relazione significativa implica confronti che conducono ad una crescita evolutiva necessaria; così il rapporto terapeutico, magari fin dalla prima seduta, comporta scontri derivanti da opinioni differenti o resistenze alla cura proposta difficili da sottrarre. La saccenza del paziente dovrà venir meno rispetto le direttive imposte dallo specialista, che saprà come meglio orientare e sviluppare quelle risorse interne all’individuo, nell’ottica di un efficace percorso di cambiamento pensato e strutturato su misura. Se l’instaurarsi di un’iniziale soddisfacente intesa tra cliente e terapeuta rappresenta un elemento fondamentale; è altrettanto importante che esista un buon grado di accettazione e rivalutazione delle proprie credenze da parte del paziente, ben disposto rispetto una futura dialettica terapeutica che potrebbe esprimersi in confronti duri ed accesi, sempre tesi allo sviluppo delle proprie potenzialità evolutive;
4) Abbandono e fiducia nella cura: il paziente, dopo aver preso coscienza dei propri limiti e della possibilità reale di un miglioramento curativo, deporrà gradualmente ogni possibile opposizione al trattamento. L’abbandono ottimistico alla terapia e il senso di accoglienza emanato dal professionista determinano la fiducia di un rapporto sano, la cornice ideale dove mettersi in crisi e riscattarsi dal malessere originario. In sintesi, il terapeuta dovrebbe essere in grado di comprendere il vissuto doloroso del paziente e, contemporaneamente, di proporgli una differente esperienza di sé nella relazione terapeutica; in questo modo si origina una nuova visione del mondo e la terapia diviene strumento di effettivo cambiamento. La premessa di fondo, ciò che spinge ad intraprendere e perseguire un percorso terapeutico, è quindi il desiderio di mettersi in gioco, a nudo, per superare il senso di insoddisfazione attuale e conseguire un futuro migliore.

La relazione terapeutica, in tutta la sua evoluzione, si dispiegherà concretamente su una dinamica rischiosa per il paziente: il cambiamento è desiderato, ma anche temuto, perché implica il modificare le proprie abitudini e il modo di rappresentare la realtà utilizzato fino a quel momento. Lottare attivamente contro le proprie reticenze, schiudersi alle infinite possibilità della vita, accettarsi ed esser pronti a mettersi in discussione, in modo profondo ed autentico, annuncia la risoluzione positiva, la rivoluzione di un rapporto che si fa cura e amore senza bugie.
“Il terapeuta è chiamato ad essere, per il paziente, strumento per contattare il diverso, il nuovo, che, una volta conosciuto, non fa più tanta paura; solo così la vita si apre a nuovi scenari e possibilità.”
Sintesi a cura di Maria Arancio
tirocinante di Psicologia Clinica presso lo Studio Burdi
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Relazioni Apatiche
Relazioni apatiche: quando l’indicibile diventa crisi
La quotidianità frenetica, l’evoluzione di situazioni e il sopraggiungere di nuove dinamiche, spesso, diventano fattori determinanti che minano l’equilibrio di coppia, gli stessi su cuiinnalzare delle barriere di comunicazione: ma quali sono le vere motivazioni per cui una relazione amorosa entra in crisi? Da una più attenta analisi, le ragioni che scaturiscono una rottura interna alla coppia sembrano essere le seguenti:
1. l’evoluzione e il cambiamento di uno solo dei due partner: una relazione non rappresenta affatto un’entità statica ed immutabile, e testimonianza di questa continua dinamicità che investe il rapporto risiede anche nel cambiamento, magari repentino e radicale, dei propri bisogni individuali; se però cambiano in due direzioni opposte o magari in momenti diversi, può capitare che la variazione stessa non venga accolta positivamente come sfida evolutiva, bensì come minaccia all’apparente stabilità raggiunta, sradicando definitivamente la fragile armonia su cui reggeva la coppia;
2. la rottura del patto implicito: l’unione di due individui pare inizialmente fondarsi sulla base di alcune “condizioni” che non vengono dichiarate apertamente, ma restano “non dette, implicite, date per scontate”, corrispondenti ad un personalissimo immaginario amoroso che non troverà alcuna applicazione nel reale. Ci si aspetta dall’altro che si comporti in un dato modo, si nutrono dei desideri silenziosi, che se vengono disattesi portanoinevitabilmente alla crisi di una relazione per nulla appagante;
3. mancato svincolo dalla famiglia d’origine da parte di uno dei due partner: di frequente si assiste ad un’interferenza importante della famiglia originaria all’interno della vita della coppia, che ne invade confini, libertà decisionale e privacy. La coppia stessa, priva di autonomia dinanzi il fardello di una presenza assai ingombrante, finirà col subirne le conseguenze rovinose;
4. eventi troppo stressanti: misurarsi nel quotidiano con accadimenti impetuosi quali malattie, motivi economici, luttisignifica rapportarsi con difficoltà concrete, capaci di richiedere un nuovo e complesso assetto di coppia, spesso irraggiungibile;
5. sindrome da trascuratezza della coppia: l’assenza di stimoli e una routine poco entusiasmante imprigionano la relazione in un’apatia stagnante, che fa della confort zone la morte di ogni tentativo di gioco e passionalità gratificante. La coppia, nella propria comoda abitudine, regredisce alla luce di una fallimentare disonestà dialogativa.
A quali sintomi è bene prestare attenzione, prima che sia troppo tardi? Tendenzialmente al termine crisi viene comunemente data un’accezione negativa, dimenticando l’opportunità di cambiamento, di evoluzione e di crescita che ogni crisi, invece, implica nella sua carica eversiva.
Ogni coppia attraversa nella sua storia diversi momenti di crisi: saperli riconoscere e indagarne le cause, farà si che la relazione ne tragga reale beneficio evolutivo, sintesi per altro di una gestione adulta e consapevole dell’implacabile divenire che determinano bisogni e sentimenti individuali in movimento.
Momenti di crisi, in genere, subentrano non solo dal verificarsi di un unico evento scatenante, pensiamo per esempio alla nascita di un figlio o alla perdita di un genitore di uno dei due partner, maanche dalla concomitanza e dalla complessità data da più fattori, determinando una difficoltà nella relazione che perdura nel tempo, a cui la coppia non trova le risorse o gli strumenti adeguati per far fronte, cosicché ogni mossa relazionale intrapresa naufraga dinanzi una robusta criticità, avvertita sempre più come impossibile da risolvere.
Ognuno gioca, infatti, all’interno della propria relazione un ruolo cruciale di cui deve avere piena responsabilità come coprotagonista attivo; viversi il rapporto con l’altro tenendo conto della propria unicità, salvaguardando un sistema personale di gratificazione così come i propri desideri e le proprie ambizioni, lasciando che queste trovino libera espressione anche nella forma di un valore aggiunto per l’altro.
La trasparenza nel rapporto è la chiave di una buona relazione: l’incomunicabilità d’altro lato, l’appiattimento della propria singolarità per adeguarsi ad uno standard di coppia poco rappresentativo, consegnare all’atro un’immagine fittizia per timore di guardarsi dentro, determinerà il lento epilogo di un rapporto falsato che sopravvive di occulto, strascichi di memoria e apatia avvilente.
Un accanimento terapeutico nei confronti di quello che può ben definirsi “malato terminale”. Il calo del desiderio sessuale, l’apatia, possono essere sintomi di un rapporto d’amore ormai finito?
Il desiderio sessuale è, a tal proposito, un indicatore da non sottovalutare circa la salute della coppia stessa. Nel corso del tempo, la relazione di coppia si trasforma, i bisogni e i ritmi di vita cambiano e muta anche l’equilibrio sessuale: una relazione viziata finirà con l’attribuire normalità ad un’insoddisfazione e una repressione sessuale ormai cronicizzata; l’astinenza passionale indebolirà ancor più la coppia, divenuta contenitore – trappola di convivenza e convenienza rispetto a tutto ciò che è inconfessabile.
Il sesso, quindi, può essere una conseguenza di una difficoltà comunicativa nella coppia, o ancora se la relazione diventa teatro di conflittualità o estraneità, diventerà certamentedifficile aprirsi a uno scambio così intimo come quello sessuale.
Un sentimento, al contrario, capace di mettersi in discussione e accogliere il valore del dubbio e il significato della crisi, volto ad una sincerità comunicativa imprescindibile saprà vivere, anche, di rapporti sessuali autentici. Di entusiasmo che trova risposta in un’intimità che ne imita l’energia e la voglia propulsiva.
Se due partner si trovano a vivere un momento di crisi, è il momento di fermarsi ad ascoltare, capire cosa accade fino in fondo, quali pensieri ed emozioni emergono dal confronto interiore e con l’altro, dando quindi un senso al proprio vissuto.Umanizzare il rapporto significa anzitutto comunicare con il partner, farsi vedere e lasciarsi guardare nella propria verità, comprendere i suoi bisogni, esprimendo allo stesso tempo i propri.
Laddove la conflittualità è troppo accesa, il rapporto da solonon ha gli strumenti per farvi fronte. Occorre allora saper chiedere l’aiuto di un terapeuta della coppia, che possa aiutare i partners ad approfondire le motivazioni che hanno portato alla rottura, il ruolo che ciascuno ha avuto nel determinare la situazione attuale e per capire se e come sia possibile aiutare la coppia a rilanciarsi verso la ripresa di una relazione sana e autentica, che riporti benessere sia nella propria vita individuale sia nella relazione stessa, o lasciare che la separazione dall’altro abbia finalmente avvio, apportando un nuovo significato esistenziale positivo, tutto da esplorare.
Maria Arancio
Tirocinante di Psicologia
presso lo Studio Burdi

Nel Nome, c’è un Disegno di Vita
«Lo sai, il nome che si porta significa molto. Sai anche che ai malati spesso si dà un nuovo nome per
guarirli, perché col nuovo nome essi ricevono anche una nuova essenza. Il tuo nome è la tua essenza.»
(C.G.Jung – Libro Rosso, p.282)
Dare il nome, avere un nome: rientra tre le scelte più piacevoli demandate ai futuri genitori, a cui
seguono le consuete fantasie legate all’aspetto, carattere e individualità del nascituro. Una decisione
certamente impegnativa, che spesso coinvolge il cuore e la mente dei futuri genitori, portatrice
dell’importanza che cela il significato del nome proprio.
“Nomina sunt omina”: i nomi sono gli uomini. Così gli antichi latini fissavano in origine il concetto per cui i
nomi non sono attribuiti alle cose per pura convenzione, ma hanno un rapporto profondo e misterioso con le cose stesse.
Alla base della scelta del nome, diversi sono gli elementi che conducono all’individuazione dello stesso: alcuni genitori danno maggior rilevanza al significato del nome; per altri è predominante il suono; per altri ancora l’originalità; per molti, ancora oggi, il vincolo rispetto la tradizione familiare risulta
imperativo.
Il suono
“I suoni che abitano dentro di noi, il nome con cui ci chiamano e chiamiamo noi stessi può influenzare
profondamente la nostra salute e il nostro modo di essere. “Raffaele Morelli – Ciascuno è perfetto,
Mondadori 2004, p.65-66)
Il filone della Bioenergetica non ha dubbi: ogni essere umano vive la propria identità ed il suo respiro
anche in rapporto al nome con cui viene chiamato: se il bambino viene chiamato con il suo nome di
nascita, questo diverrà una struttura stabile ed immutabile, sintesi identitaria per eccellenza.
Ogni nome si compone di vocali e consonanti che corrispondono a suoni dotati di particolare risonanza
energetica in specifiche parti del corpo.
Una corrispondenza particolare risulta dal suono vocale del proprio nome, responsabile di stimolare un’apertura respiratoria che inconsciamente attiva echi affettivi ed energetici diversi in base alle vocali emesse. Più approfonditamente: le vocali “A, O, U” toccano gli organi più profondi, muovendo vibrazioni connesse alla gioia ed al piacere della vita, mentre le vocali “E, I” , investono le zone del torace e la testa, promuovendo energie connesse al coraggio ed alle attività mentali.
Tradizione
Il nome come ricordo di un personaggio illustre, deposito di una gloria storica da emulare, o rievocazione di una memoria più vicina, un affetto familiare, un amico scomparso prematuramente.
Portare nel nome il prosieguo di una persona amata o la fama di un’esistenza insigne è un’usanza assai
comune nel nostro paese.
Questa propensione può da un lato portare presagi positivi e augurare al nascituro una vita ricca come quella di cui si fa, involontariamente, carico, ma dall’altro potrebbe innescare processi di identificazione inconsci, minando l’autostima e l’individualità del bambino, intrappolato così nelle vesti, e nel nome, di qualcun altro. Dare il nome dei propri avi significa inserire nel nome piccole immagini ereditate, perpetuare nel ricordo di ciò che è stato e mai più sarà, con il rischio di reiterare un copione familiare destinato a tramontare.
Originalità
Sono molteplici gli studi inerenti i nomi e la loro influenza, su come gli stessi forgiano la vita e le relazioni di chi li indossa nel quotidiano. Una ricerca alquanto particolare sostiene come le persone che
possiedono un nome molto originale vengano ricordate meglio.
Questi nomi potrebbero anche
contribuire ad una maggiore popolarità.
Dare un nome unico ai nostri figli potrebbe essere un incentivo a rinforzare la propria individualità. Il
nome, in questo caso, diverrà quindi molto più che un semplice identificativo. Al contempo bisogna
riflettere anche su un potenziale rovescio della medaglia: non sempre la stravaganza potrebbe risultare gradita a chi la porta non avendola scelta. A farne i conti risultano infatti quei bambini con un’indole più insicura, vittime di una svalutazione rispetto un nome poco rappresentativo, tanto dal fargli avvertire un “difetto” di personalità.
Che nome scegli?
La scelta più giusta allora, la migliore a compiersi, dovrebbe essere quella dettata unicamente dal cuore,
priva di retropensieri, forte nel dono di un’identità che si realizzerà nel tempo in massima unicità: quel
nome che diviene la parola preferita. Conoscere, pronunciare e ripetere il nome come fosse una poesia:
da stringere quando si ha paura, lo si grida quando si è felici, lo si sente quando ci si è persi. Il suono
preferito chiama la persona preferita, irripetibile nel mondo. Lo schiudersi di una nuova essenza, il
battesimo di una storia tutta da vivere e accogliere.
Sintesi a cura di Maria Arancio
Tirocinante di Psicologia Clinica
presso STUDIO BURDI

L’intimità è un incontro tra nudità.
L’intimità è un incontro tra nudità.
Se vogliamo intraprendere relazioni più significative, è importante interrogarsi sulla propria storia, volgere uno sguardo al passato e mettersi in gioco per sanare le ferite dell’infanzia. Solo l’attribuzione di un significato reale al dolore di esperienze passate potrà limitare le influenze insane che sopraggiungono nel presente e faciliterà stabilire forti e sani legami di unione con chi ci circonda;
Stanare i fili conduttori che trasportano i nostri messaggi emotivi permetterà di avere una maggiore consapevolezza degli stessi, consentendo di avere una gestione più adulta delle nostre reazioni; Essere coscienti dei filtri emotivi che applichiamo, dei rivestimenti e delle corazze che indossiamo contribuisce, inoltre, a renderci abili lettori e interpreti tanto dei tentativi di connessione degli altri come dei nostri;
Denudarsi significa ammettere le proprie mancanze, e comunicare i nostri limiti ci aiuta a rigenerare i pensieri e il nostro benessere generale. Impegnarsi in un processo di autocoscienza migliorerà la prospettiva da cui osserviamo e ne gioverà il nostro dialogo interno. La vera essenza di ognuno, l’interiorità che veicola i nostri comportamenti e gesti più manifesti, è colma di verità taciute, perfino a noi stessi. L’incontro più intimo tra due persone non è quello puramente sessuale, è il nudo emotivo.
Uno scambio possibile laddove decidiamo di farci conoscere così come siamo, in tutte le nostre sfaccettature, nonostante le vulnerabilità, malgrado il timore che si compie nello spogliarci di ogni falsa apparenza. Rivelarsi nell’abbattimento di ogni presunto perfezionismo, di ogni costruzione difensiva: denudarsi in favore dell’autenticità.
Nuda e cruda.
Non è facile riuscirci. Di fatto, il nudo emotivo non si innesta con facilità né con chiunque. C’è bisogno di tempo, coraggio e voglia di ascoltare attivamente, sentire e abbracciare le emozioni nella loro ambivalenza. Autocoscienza ed etero-coscienza, ovvero conoscere noi stessi e la realtà dell’altro in modo empatico.
Solo allora, allo scoperto di ogni nascondiglio e sotto la luce di una verità liberatoria, sapremo metterci a nudo nelle passioni, nei sentimenti e nella nostra storia emotiva. Il nudo emotivo comincia da noi, richiede la nostra volontà, la spinta nell’affidare paure inconfessabili e fiducia
nell’abbandono di ogni resistenza. Mettere a nudo la nostra emotività inizia da noi stessi, dall’accettazione dei nostri limiti e di ogni presunta svalutazione che ne deriva. Distaccarsi dall’idea di ciò che sia più meritevole mostrare all’altro, occultando quegli spigoli caratteriali avvertirti come sgradevoli e sconvenienti: consegnare un’immagine integra non ridimensionabile, quindi, unicamente al bello, forte, tonico e smagliante che vive in superficie. Evitare di rivelarsi alla stregua di una vetrina, sulla scia di un’inconsistente appariscenza e nel prevalere di un senso di vergogna bloccante. Questo vuol dire muovere, anzitutto, da una ricerca onesta di tipo personale.
Molto importante sarà identificarsi con i propri sentimenti, rendersi conto delle emozioni positive e negative che ci investono, gestirle al servizio dei nostri pensieri. Ascoltarci, connetterci e conoscere la nostra eredità emotiva; esplorare la nostra mente ed il corpo è imprescindibile per dar sfogo alle nostre paure, i nostri conflitti, le insicurezze, i successi, i desideri.
Conoscere a fondo il nostro bagaglio emotivo, sondare le nostre debolezze, essere coscienti di quello che ci fa male e lasciar correre è irrinunciabile per poter contemplare da vicino l’immagine proiettata dal nostro specchio emotivo, priva di censure e maschere autosabotanti.
Essere coscienti delle nostre vulnerabilità emotive non le farà scomparire, ma avere una consapevolezza più profonda di esse implica che ogni volta che compariranno nella nostra vita, potremo identificarle e agire su di esse, impedendo che affoghino i nostri legami affettivi. Sentirsi liberi nell’espressione, oltreché di capire, contestualizzare e interpretare sensazioni puramente umane.
La nostra eredità emotiva ha un forte impatto sulla nostra capacità di connetterci emotivamente con il prossimo. È proprio questo bagaglio, questa seconda pelle, la parte più autentica del nostro essere. L’empatia e la connessione con i sentimenti dell’altro ci aiuta a crescere come persone e ci dona la capacità di costruire relazioni sane e durature.
Esporsi al nostro vissuto emotivo fatto di ricordi e sensazioni contrastanti, riconoscere le proprie fragilità e imparare a mettersi a nudo nonostante le contraddizioni più accese, è consigliabile per molteplici ragioni:
Non è facile mettere a nudo una persona ferita; sarà necessario combattere contro gli abiti che le rendono inaccessibili, contro le disillusioni che le avvolgono, le paure del rifiuto, dell’abbandono, della solitudine…
Per farlo, è necessario essere intelligenti, amare la persona e ascoltare, aprire gli occhi e la propria pelle, lasciando da parte i pregiudizi e l’attitudine a valutarne comportamenti in modo prettamente superficiale. Vuol dire, quindi,
rispettarne i tempi, cogliere ogni possibile tentativo di apertura, apprezzarlo ed innescare uno scenario emotivo ideale basato in primo luogo sull’ascolto empatico e sull’intelligenza emotiva. Un ambiente rilassato in cui si potenzia la comunicazione e la comprensione con una solida base di rispetto e tolleranza.
Avere un puro incontro intimo equivale così a mettere a nudo le paure, scoprire le insicurezze e svestire tutte le emozioni di cui siamo capaci nella loro verità. Solo allora vivremo di quegli abbracci che rompono le paure e svelano i nostri occhi, nel sodalizio di una connessione che diviene un tutt’uno nel corpo e nello spirito, con e per l’altro.
Sintesi a cura di Maria Arancio
Tirocinante di Psicologia Clinica
presso Studio BURDI