
Preghiera di Natale
Preghiera di Natale
Buon Natale di chè ? Se 364 giorni all’ anno c’è invidia, pettegolezzo, Critica sferrata, giudizio arroganza, invadenza della privacy, presunzione,
Litigio continuo, 364 giorni di conflitti, di atteggiamenti velati e manifesti di rivalità, di dissensi, disappunti, di supremazie che ti fanno intendere che sei sbagliato e non vai mai bene su nulla,
per chi si erge a dominus, a Padre Eterno. Lui è l’ Unico davvero capace di comprensione, di compassione, di augurare il Natale.
l’ Unico degno, capace di rispetto, promotore della dignità e della promozione umana e della speranza che si può ancora cambiare, e che non è mai troppo tardi e che c’è sempre tempo per migliorare e che non sei sbagliato mai, e non sei un aborto, perché sei Sua creatura. Chi boccia non può fare alcun augurio. Abbiamo tanto da imparare da Dio,
non giudica, ama sempre, comunque tu sia, non si erge pur potendo, da Lui c’è molto da imparare, Lui, e chi come Lui, può dire dignitosamente Buon Natale. L’uomo, è buono perché è Suo, ma questi è spietato e SEVERO,
Per il suo libero arbitrio di ergersi sull’ Eterno. Si pone come un potente, nel suo essere finito, nella sua tracotanza di fragile. Evviva i poveri e chi si sente fragile, perché li c’è il vero UOMO,
la vera forza è in chi si riconosce debole e non si vergogna dei suoi limiti, dei suoi pensieri e delle sue emozioni
È Nel riconoscere la propria natura precaria che rende l’ uomo potente e e lo unifica agli altri e gli ricorda che siamo tutti simili, bisognosi di comprensione, di solidarietà di e di amore.
Il povero ci ricorda il vero Uomo, che non ha nulla, ma ha il massimo, se stesso e la sua umanità.
Il povero ci ricorda Dio, il povero è vicino a Dio, il povero è Dio, il povero è Uomo. Solo lui Può dire Buon Natale. Gli altri, dovrebbero tacerlo.
Dovrebbero operare una profonda analisi nel desiderare un cambiamento verso il loro vero uomo, sradicando dal volto le maschere che non sono.
Il povero ci ricorda l’ Uomo, la nostra sofferenza, ed è solo la sofferenza che ci rende uomini vicini. Dovremmo poter dire: Ma come ti permetti di dirmi
Buon Natale se non sei in grado di comprendermi e di condividere i miei dolori ? Solo chi soffre e condivide con me, può dirmelo.
Serve una piccola consapevolezza per cambiare l’ atteggiamento e il comportamento per riavvicinarci Per autorizzarci nel dire Buon Natale.
Può dirlo chi aiuta ed è presente col cuore ed è vicino a chi sta male.
Chi è in contatto ed è vicino alla sua anima, può essere vicino agli altri gioendo per la sua felicità.
Bisogna ricordarci chi siamo Spostare il baricentro dalle idiozie Delle belle palle colorate di una inconsistente onnipotenza, al
magma incandescente dei sotterranei della nostra anima, per augurare la rinascita di un buon Natale.
BUON NATALE
giorgio burdi
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IL CORAGGIO DI CAMBIARE
IL CORAGGIO DI CAMBIARE
L’ ansia sollecita l’ evolverti
Roberto Benigni ha detto “Iniziare un nuovo cammino ci spaventa. Ma dopo ogni passo che percorriamo ci rendiamo conto di come era pericoloso rimanere fermi”
E’ vero, Iniziare un nuovo percorso ci fa paura, è faticoso, la nostra prima reazione è proprio quella di rimanere attaccati a tutto quello che apparentemente ci fa sentire al sicuro.
Fermati un attimo a riflettere, sono proprio quelle tue abitudini ad averti portato qui oggi, a sentirti come ti senti, in questo vortice di ansia e negatività.
L’ansia non è altro che il mezzo con cui il tuo io interiore ti sta dicendo che c’è qualcosa che non va, che è tempo di cambiare rotta perchè la tua vita sta andando nella direzione sbagliata.
E’ una voce che ti urla da dentro e cercherà di catturare la tua attenzione in un modo o nell’altro, devi imparare ad ascoltarla, lasciala parlare non è qui per farti del male, anzi tutto il contrario, è arrivata per aiutarti. Benedetta ansia, tutt’ altro che maledetta.
Tutte quelle volte che hai detto si quando in realtà volevi dire di no, tutte quelle volte in cui hai lasciato decidere a qualcun’altro quello che dovevi fare, chi dovevi essere.
Hai dato per scontato che la felicità di qualcun altro fosse più importante della tua ed hai tradito il tuo sano e sacrosanto diritto di stare bene, ed è proprio li che la tua anisa ha avuto origine e motivo di scalpitare.
Il tuo nuovo cammino inizia qui, inizia da te. Amati , perdonati, apprezzati, sii orgoglioso di te a dispetto di qualunque cosa possano dire o pensare gli gli altri di te, sei meravigliosamente unico.
Abbandona ogni illusione o abitudine che ti ha portato cosi lontano da te stesso e riposati, riparti circondandoti di persone che costruiscono ed intraprendenti,
che ti incoraggiano e credono in te. Il tuo cammino inizia qui, inizia da te, riparte dall’ ansia, inizia dai sintomi.
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GIUDICARE e SCEGLIERE
GIUDICARE & SCEGLIERE
La paura per la loro distruttività.
Folle di persone, simili, mondi nei mondi, scie multi direzionali di colori, costellazioni di pensieri, intersezioni di cammini, voci confuse, intrecci di sentimenti, di profumi, di storie incastrate, sofferenze sovrapposte, armonie d’ amori, follie di emozioni, tante uguaglianze in quante difformità.
Ci vorrebbe davvero poco per non difendersi dagli altri, sentendoli un po’ noi, percependoli vicini, altri se stessi vicini, vicendevoli noi, invece impariamo a difenderci da tutti, a delimitarci il territorio, perimetrandoci in trincee ci delimitiamo e ci difendiamo e ci attacchiamo da noi stessi.
Cosi descritto sembrerebbe non esistere e non esserci il paradigma buono cattivo, bene e male, ma il male che temiamo dagli altri, è impensabilmente imperante in ognuno di noi, ogni sofferenza covata, inferta o subita, fa temere l’ impensabile, ha le sue ripercussioni che hanno radici in ognuno.
Ogni scelta che operiamo, definisce un confine tra noi e gli altri. È la scelta che crea la frattura che ci rende liberi, tanto vicini, così come atrocemente distanti e dissimili. Almeno chi sceglie interroga il suo numero uno, interpella se e la sua primitiva sensibilità.
La gioia ci unisce, ci aggrega, il piacere ci attrae, il godere ci seduce, la sofferenza temuta invece, inflitta o subita, disgrega, ci lancia in un effetto remball, essa è un jamping verso il vuoto, ci permette di sfuggirci.
La positività slancia il nostro umore in uno slancio fuori cielo, è un distacco oltre le piane dimensioni, il suo potere attrattivo è calamitoso, contaminante ed associativo.
Oltre alla capacità di scelta, che destabilizza le relazioni umani ma possiede tutta una sua dignità, il giudicare invece rappresenta il disgregante per eccellente, rappresenta la presa della distanza e del distacco e la repulsione da ciò che ci è simile.
Ogni persona giudicata diviene severa con se stessa e intransigente con gli altri.
Un giudice per sua natura è colui che è già stato giudicato, ed un giudicato giudicherà negli altri il giudizio subito . Diveniamo degli autentici replicanti generazionali di giudizi automatici fuori luogo, impariamo a prendere le distanze attraverso un atteggiamento altamente involontario.
Il giudizio ci fa resistere agli altri e ci direziona gli altri contro. Si è sulle difensive perché col giudizio ci si sente sotto inchiesta, e agire e pensare si rende complicato, lascia presagire l’ impotenza, l’autostima piega il capo, appare il difetto che non c’era, il giudizio fa errare è ci fa sentire errati, goffi e sbagliati, inadeguati, insoluti, in ginocchio e ripiegati su noi stessi, arrabbiati, frustrati, impulsivi, in debito e in difetto verso la vita.
Il giudizio reprime, è oscurantismo e decadentismo, fa paura, ci spaventa, inorridisce e ci imbruttisce, fa cartoccio e arrosto di noi stessi, ci raggomitola allo stato uterino, è il fomentatore delle ansie e delle incertezze, è l’inibitore e il frenatore di qualsivoglia iniziativa, è il precursore dell’ arretratezza, dell’ esitante e del perfezionismo.
Se c’è un’ origine per la cattiveria, essa risiede nella tendenza persecutoria a giudicare.
Il giudizio è la causa del male sociale se esso diviene pressante e onnipresente, se rappresenta un modello automatico educativo, esso imposta lo stile impedito della relazione.
Il giudicare ha un effetto distruttivo sulle scienze, sulla propria coscienza, sulle prospettive, sul proprio talento e sulla propria salute, genera il distacco e l’indifferenza verso la sofferenza e la morte di chi ne è l’ artefice. Il giudicare interpella il numero due, pende dalle sue labbra, fa appello sempre agli altri.
Se il giudicare è l’origine del male e della malattia, il rispetto per la sensibilità, per le scelte, i sentimenti e le intelligenze altrui, rappresentano e permettono di ritrovare l’attrazione e la piacevolezza verso l’umanità e verso le relazioni.
giorgio burdi
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DECIDERE
DECIDERE
la nevrosi del perfezionismo
Nei suoi continui rimuginamenti, l’uomo si chiede dove abbiano origine le sue paure, che gli impediscono di procedere.
Noi diremmo che l’ origine è la paura di definirsi: il protagonista, nell’eventualità di essere giudicato negativamente, si sottrae, con la rinuncia ad agire, a quella prospettiva intollerabile di essere giudicato. [Avverte la sensazione netta di essere sotto continua sorveglianza.]
L’uomo del sottosuolo argomenta che per cominciare ad agire bisognerebbe avere la certezza preventiva che non si affacceranno dubbi durante l’azione [che non diverrà soggetto di critica e di osservazione e che non fallirà. Perché non fallisca, si necrotizzerà in un perfezionismo senza fine.]
Chi ha bisogno dell’assoluta certezza per poter agire, [ o non agirà mai, rimanendo in una condizione di immobilismo monolitico con la conseguenza di non decidere mai, o si muoverà orientato dal solo perfezionismo. Sia il primo che il secondo atteggiamento sono depersonalizzanti perché il soggetto sta rispondendo ad altri non a se stesso, e questa ] è certamente una persona che non è mai stata amata.
Sappiamo bene come siano importanti le nostre prime vicende affettive: la sensazione di essere circondati d’amore e d’affetto è un’esperienza fondamentale, da cui scaturisce la forza operativa, la fiducia verso il mondo circostante.
Esporsi al rischio dell’amore, che è il rischio di affidarsi totalmente a un altro con la fiducia, e non già con la certezza che questi non approfitti della nostra vulnerabilità, sopportare la paura e l’ansia che l’altro non corrisponda al proprio bisogno d’amore, rappresenta già L’ autonomia, è vivere l’ambivalenza del sentimento, capire lo spessore duplice dell’uomo, connubio di luce e tenebra, di bene e male.
Se si riuscirà a elaborare tali vissuti, la contraddittorietà stessa dell’esistenza non condurrà allora all’inerzia paralizzante, ma al segreto stesso del mutevole gioco della vita. A tutto ciò conduce la forza dell’Eros, come scrive Cantoni:
Esiste una comunione emozionale, una partecipazione affettiva agli uomini, alla natura, agli animali, che la conoscenza razionale troppo spesso svaluta.
L’Eros non è meno universale e trascendentale del Logos, gli è complementare. È un errore credere che l’emozione sia puramente soggettiva, mentre il pensiero sarebbe obiettivo.
Un errore credere che il soggetto conoscitivo venga a contatto con l’essere solo per tramite intellettivo e rimanga nel suo universo soggettivo solo con l’emozione.
Esiste, come aveva intuito Pascal, [ un universo una città della luce dentro ognuno di noi, in ] un conoscere emozionale (1948, 93).
aldo carotenuto
giorgio burdi
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Alla ricerca di personalità “igieniche”
Alla ricerca di Personalità Igieniche
Il primo passo verso un cambiamento significativo nella vostra vita è valutare attentamente chi vi circonda, nella vita di ognuno di noi ci sono sempre una o più persone che potremmo definire “tossiche”.
Li possiamo facilmente riconoscere da pochi ma fondamentali atteggiamenti che li caratterizzano, come ad esempio, gli eccessi di criticità nei confronti di chiunque. Incontriamo moralizzatori che non sanno dove abiti la morale e la discrezione perché irrispettosi ed arroganti, mancanti di umiltà. Li dove manca il rispetto umano c’è l’ignoranza .
Le persone “tossiche” non smettono mai di fare pettegolezzo, parlare male di tutto e tutti, giudicano spesso senza mai concedere sconti e comprensione al mal capitato di turno, si erigono a giudici di impellenti probabili processi, senza contribuire in maniera costruttiva alla soluzione del problema.
Un altro atteggiamento tipico delle persone “tossiche” è il lamentarsi, del loro continuo sentirsi l’epicentro della sfortuna, come se ogni cosa del mondo fosse una cospirazione e come se si stesse congiurando contro di loro e poverini non vedono mai la luce oltre il tunnel, mai una soluzione.
Vi svelo un segreto, la sfortuna non esiste, la sfortuna è un invenzione dei codardi che non hanno il coraggio di cambiare, di darsi da fare per migliorare la propria posizione.
Mancanza di interessi, rigidità nelle relazioni con gli altri, eccessi di egoismo, sono tutti campanelli di allarme che vi servono per capire che queste persone non hanno nulla da darvi, anzi, possono solo trascinarvi nella loro buia galleria, nella loro insoddisfazione alla ricerca di un sostegno reciproco che invece non farà altro che danneggiare entrambi.
Se per esempio decidete di smettere di fumare, accettereste di stare accanto ad un fumatore e di respirare il suo fumo passivo ?
Be, credo proprio di no… allora perchè, ora che siete in un momento cosi delicato della vostra vita vi ostinate a portare avanti un rapporto che vi danneggia.. ?
Se tenete alla vostra serenità, è tempo di allontanarvi mentalmente da certe influenze che destabilizzino il vostro umore, che sia la vostra casa severa multiproblematica, un vostro amico o un vostro collega, dovete cercare di tracciare dei confini, dei limiti.
Parlatene con il diretto interessato se lo ritenete opportuno e spiegate la vostra difficoltà, se questa persona tiene a voi, dovrà necessariamente modificare il suo atteggiamento nei vostri confronti, se invece la questione è irrimediabile, tracciate un confine tra voi e questo rapporto, distaccatevi emotivamente da questa persona, limitate i danni, gli incontri e imparate a farvi rispettare e a farvi scudo dai suoi attacchi.
Ora più che mai avete bisogno di frequentare persone positive che vi stimolino a dare il meglio di voi.
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Settimanale Psicologo Roma : LA SPONTANEITÀ È ARRIVARE IMPREPARATI
Quando non c’è spontaneità, c’è timidezza, non c’è autostima, c’è solo la folla in testa.
Come la scia del vento che accarezza le foglie, scompiglia i capelli e architetta a spasso continue conciature, ridefinisce mille volti dello stesso volto, svariate bellezze della stessa bellezza, svolazza le gonne in una danza in festa, rigonfia le vele per tracciare le rotte, attiva i mulini, innalza alianti.
La natura è meravigliosa, funziona da sola, non richiede pensiero, va da sola va, trascina e si lascia andare, non controlla nulla, vive ciò che c’è, non cerca niente, ha già tutto ciò che le serve, va con la sua potenza e tutto muove, perché si lascia andare.
La spontaneità è la natura di un uomo, se non è corrotta da contaminazioni di pensieri, doveri, obblighi e responsabilità, giudizi, rappresentano la zavorra al volo, rappresentano la non spontaneità sono pesantezza, ossessione, essi sono un’ ancora, ormeggio, manette al benessere, alla serenità, alla salute.
L’assenza di spontaneità è generatrice di sintomi, è il precursore della malattia, rende coatti automi programmati, residenti del villaggio dei pensieri, lontani dalla semplicità della natura, residenti di meccanismi automatici mentali, incastri di schemi che imbavagliano la vita che parla continuamente.
La spontaneità è ascoltare di continuo la vita che parla, è parlare della vita che senti, è muoversi con la potenza delle sensazioni e delle emozioni.
La spontaneità è corpo, viaggia, la mente, se è contaminata, frena. La spontaneità esiste se mente e corpo hanno fatto pace, se sono allineati, se diventano o sono coerenti ed onesti tra di loro.
La spontaneità è avere il coraggio di accettare che le cose accadano, ma è anche trasformarle a vantaggio della propria direzione, perseguendo i propri obiettivi.
La spontaneità rappresenta un equilibrio tra ciò che va e come vorremmo che cose vadano.
È come imparare a navigare in un rafting, lanciandosi in una rapida, cavalcando una cascata e scendere delicatamente fino alla foce.
Spontaneità non è lasciarsi al caso, è esprimere la propria potenza, svincolata dalle inibizioni e dai sensi di colpa.
Il peggior nemico della spontaneità è il senso di colpa e il senso dell’ obbligo. Questi e le inibizioni trovano la loro causa acerrima, nel senso degli altri e non in se.
Chi perde di spontaneità è mentalmente sempre di fronte agli altri, anzi da questi altri ne potrebbe essere spregiudicatamente e continuamente vincolato e dipendente, dipendendo poco da se, dalla sua obiettività, pensa e fa tutto confrontandosi mentalmente con il suo chiodo fisso, depistatore, gli altri .
Chi perde la spontaneità, ha spostato il suo baricentro da se al mondo, il suo massimo interlocutore sono gli altri, in quel preciso istante non esiste più il se.
Quando ciò accade, non si vive più, ma si vive per una folla mentale, in uno stato confusionale della folla, con la sensazione di svuotamento e di de personalizzzazione di se e deperimento delle relazioni importanti.
Ma la folla alle volte non è solo così interpretabile, vive per se, non lo fa appositamente, vive l’ automatismo dei suoi atteggiamenti appiccicati pedissequamente su tutti, non ragiona, è così con tutti, oppure temiamo il suo giudizio pur inesistente. Questo non nega la presenza di persone fortemente manipolative.
Comunque sia, tali modalità contaminano continuamente il nostro destino, decidono comunque per noi, sempre.
Essere impreparati significa, non prepararsi prima, a nulla, arrivare senza e scevri da pregiudizi che temiamo in continuazione.
Spontaneità è non avere vincoli se non il vincolo con se stessi, è chiedere un annullamento delle interferenze.
Quando non c’è spontaneità, c’è timidezza, non c’è autostima, c’è solo la folla in testa.
La paura di essere giudicati rappresenta la perdita della propria vitalità e della spontaneità.
Bisogna decidere di fronte a chi desideriamo stare, se vivere per resoconti altrui sottoponendoci passivamente a ripetuti, gratuiti indiscrete inquisizioni, continuando a frustrarci contaminando quegli attimi dell’ unica vita che abbiamo con i suoi pochi atomi di meraviglia, o interpellare il proprio partigiano ribelle unico difensore della patria di se.
Partigiano, difendi la tua spontaneità, perché la Tua spontaneità è davvero l’unica tua Libertà, è il vero ed unico luogo dove Tu Esisti, è il Tuo stesso numero UNO, Essa è la stessa Tua Persona.
giorgio burdi
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Settimanale Psicologo
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Salve,
sto lavorando all’aggiornamento dell’elenco di coloro che desiderano continuare a ricevere gratis la news letter di Studio BURDI e, per questo, anche se lo hai già fatto in precedenza, e te ne ringrazio, ti invito cortesemente a rinnovarmi il tuo interesse rispondendomi con un semplice e veloce OK a
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Per apprendimenti
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Ovviamente puoi anche approfittarne per richiedermi invece che il tuo indirizzo venga cancellato.
Buona giornata e grazie
Contenuti redatti da Giorgio Burdi
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Settimanale Psicologo Bari : LA REALTÀ È PIÙ INFINITA E PIÙ BELLA, CHE PENSARLA
Come tornare sempre a sorridere
LA REALTÀ È INFINITA E PIÙ BELLA, CHE PENSARLA
Come tornare sempre a sorridere
Abbiamo l’ inclinazione ad attribuire agli altri il nostro comportamento, il nostro pensiero ai loro pensieri, molto di tutto quello che noi siamo, pensiamo e quello che facciamo, non sarebbe loro, ma il nostro modo di esistere.
Serve identità e personalità per distinguere quello che noi realizziamo e facciamo, da quello che sono realmente gli altri.
Quando vediamo o sentiamo direttamente una persona ci rendiamo conto che nella realtà è completamente diversa, in senso lato, da quella che avevamo immaginato, fino a qualche istante prima.
Si avverte un cambio di scena, un calo del sipario, come dalla notte dei deserti, al giorno dei Caraibi, che delinea l’orizzonte tra l’ ombra e la fiducia, da imporre, come uno switch, il sereno e la bellezza.
Quando ascolti, vedi o tocchi con mano, si avverte un tutt’altro, migliorato, rispetto alle ombre delle idee.
L’ anti paranoia, viene agita, per esorcizzare le tensioni dei pensieri persecutori, o da fughe comportamentali compulsive, o da rituali magici automatici, nel tentativo di riscattare o pareggiare i conti con i pensieri temuti, secondo i quali l’ interlocutore sarebbe reo di un qualcosa.
L’ interlocutore potrebbe essere impeccabile, ma viene vissuto come penalmente perseguibile.
Il paranoico teme di essere sempre “tradito”, dagli amici, professionalmente o da partner,
e di conseguenza si organizza in strategie di difesa e di tradimenti reattivi, senza una giusta causa, rende pane per focaccia ad un soggetto che non c’è, inventato per qualcosa che è il nulla, allo scopo di attenuare la sua ansia persecutoria, da aumentare dopo i suoi sensi di colpa, per essersi macchiato di un reato, inutile in relazione alle sue fobie persecutorie.
Quello che temeva dagli altri, lo mette in scena di persona, perché il vero purgatorio alberga nella sua mente e molto lontanamente negli altri.
Così la realtà viene fantasmizzata e i fantasmi resi reali.
Soluzioni ? Entrare nella coltre di nebbia del pensiero persecutorio, parlandone approfonditamente con l’interlocutore prescelto, e attribuendo a se l’ inclinazione al pensiero ossessivo, attuando in questo modo, la cura.
Allora quando riusciamo ad essere nel mondo ? Poche volte, se viviamo sempre dentro di noi, privi di autentico confronto, ma la cura è
l’ acquisizione, non facile, della realtà.
I fantasmi ai quali ci affidiamo, ci rendono tristi, diffidenti, distanti e bui. Il sorriso, la risata e l’ ironia, denotano un atteggiamento e un grande senso di autentica e fresca libertà, di integrazione e di inserimento spazio temporale reale.
giorgio burdi
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Settimanale Psicologo Bari : CRESCERE È SMETTERE DI CERCARE CONSENSI
Vivere di Se, più che di conferme altrui
CRESCERE È SMETTERE DI CERCARE CONSENSI
Vivere di Sé, più che di conferme altrui.
“L’ uomo che può fare a meno di tutto, non ha paura di niente”, così recita una battuta espressa nella fiction di “Gomorra”. Abbandonando quel tipo di contesto da fiction inappropriato, diciamo che la rinuncia agli altri non è semplicemente un isolamento o una prevaricazione sugli altri ma, innanzitutto, una adesione a se, è interpellare e interrogare se stesso chiamandolo per nome all’ appello ad esistere.
La rinuncia agli altri nasce da necessità di sobrietà e di povertà rispetto a ciò che cambia, ha lo scopo di recuperare la propria identità e la propria salute.
La rinuncia agli altri ci rimanda all’ essenziale, alla nostra esistenza.
Nel nostro tragitto quotidiano, non possiamo scegliere di non soffrire, ma possiamo scegliere per cosa o per chi soffrire, in tale direzione la sofferenza avrebbe un significato.
Soffrire per soffrire, sarebbe comunque necessario dare alla sofferenza sempre un valore,
se essa deve esserci, che abbia un senso e la rinuncia al senso, può rappresentare la rinuncia a se.
Ad esempio, quando si ama un altro più di sé, l’altro diventa come le sabbie mobili, ci si perde in lui, viene meno il l’ autenticità della persona, crollano quelle certezze sull’ altro sulle quali si edificava, tremano i plinti, si riducono le riserve; si avverte l’ abbandono, quando si rimane arroccati sugli altri.
Ciò accade quando l’ altro viene rappresentato come il riempimento delle proprie mancate realizzazioni.
L’ appoggio sicuro dovrebbe essere garantito dal rinforzo della propria personalità, dai propri talenti e dalle proprie auto realizzazioni.
Contrariamente, non si vive per niente bene, si capitombola sugli specchi, si vive nella dimensione e direzione dell’ altro, si sceglie la sua strada come fosse la propria, si resta in una continua attesa estenuante che qualcosa di positivo accada, confondendo il proprio confine di identità, si subiscono gli eventi, si rimane appesi ad un filo, in una condizione di abbandono.
Si attende un cambiamento che non potrà mai avvenire fin tanto che l’altro non deciderà per noi.
Non è corretto concedere questo potere e questa opportunità a nessuno, se non a se stessi, e ciò può accadere solo nel momento in cui non si decide.
Vivere senza conferme, significa decidere. Molto spesso si sceglie un tipo di persona che paradossalmente riesce a fare a meno degli altri.
Una personalità mediamente forte, viene percepita come sicura, e diviene certa nel tempo. Ma la forza e la debolezza non esistono, esistono le libertà vicendevoli, ed ognuno diviene forte o debole se possiede il coraggio di ottenere o meno, il senso di se e della sua libertà, non arroccandosi su alcuno.
Chi accudisce nella sua modalità coatta, proclama l’ altrui e la propria debolezza e lascia intendere che all’ altro manchi qualcosa.
Si perde d’ interesse, per chi “vive” per gli altri, mostra di non possedere autonomia e maturità affettiva, perde energie, tempo e si dispera, colpevolizzando gli altri come fossero la causa del proprio malessere, svalutando e squalificando le proprie opportunità di crescita e di superamento.
Sapersi prendere cura di se, è il più grande atto di dignità personale, di libertà e di maturità affettiva.
giorgio burdi
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