
La Sociopatia della Porta Chiusa
UN’ ARCANA REPULSIONE
La sociopatia delle porte chiuse
Porte chiuse , sbarrate , chiusa al mondo a chi la guarda negli occhi e le dice esisto abbi rispetto .
Sbattere porte , manipolare in modo aggressivo oggetti tra le mani , urlare , tossire , imprecare , nidificare dentro la mente rabbia , invidia , gelosia per gli altri, per il successo altrui , il patrimonio altrui, la serenità capacità di socializzare ed essere apprezzati dagli altri.
Un’arcana repulsione verso L altro portato dentro le viscere dall ’infanzia , verso chi in modo incisivo afferma alla sociopatica di essere libero dentro e fuori , di rispettare le regole sociali.
Verde dalla rabbia la sociopatica , vive da sempre in casa e fuori casa , nei luoghi di lavoro , nell ‘ agora’ della vita nutrita di sociopatie , psicopatie mai curate ma solo urlate e chiuse in una stanza con un lucchetto , nascosta dietro un vittimismo fuorviante, sfiancante , stressante per figli , mariti, colleghi .
Arrogante , supponente , loquace e impulsiva non riesce a conformarsi alle norme sociali , nutre un forte senso di irritabilità e mancanza di rimorso , tende alla menzogna e alla manipolazione di chi gli si presenta difronte non prova empatia ,né senso di colpa e ha un grave deficit del controllo comportamentale .
Un lucchetto alla Porta , un ferro che striscia ogni giorno sulla porta ,nella mente della sociopatica suggellando , sigillando , imprigionando i pensieri per l altro , sull ‘ altro .
Chi è l’ altro per la sociopatica ?
Un disturbante , un ingombrante da eliminare , da isolare cosi come l’ isola che la sociopatica ha nei suoi pensieri nei suoi profondi desideri .
Priva di Empatia , dai comportamenti Disfunzionali , egocentrici, egoistici , manipolativi e spesso aggressivi .
La sociopatica e’ colei che ha subito disagi ambientali che, hanno generato seri problemi di adattamento sociale e capacità di istaurare legami . Con ogni probabilità la sociopatica ha subito traumi infantili , violenze fisiche o psicologiche dai quali sono generati deficit emotivi e mancanza reale di interesse per le altre persone .
Una mente priva di capacità emotiva , con perdita di controllo , le sue azioni sono una valanga di impulsività che auto giustifica affermando che sono le altre persone ad essere sbagliate , inferiori o incapaci .
Parole sputate , vomitate con freddezza , distanza e distacco nei confronti del mondo .
Estreme le difficoltà per una sociopatica nel vivere serenamente . Le sue relazioni si basano su ragioni opportunistiche che non comportano un coinvolgimento emotivo , le sue sono solo relazioni superficiali , fredde , bramosa di una costante approvazione del gruppo con il quale non riesce a gestire le critiche , tende all’ autocommiserazione dichiarandosi vittima degli altri o della società .
L’ inserimento e’ difficile per la sociopatica poiché non si comporta secondo le norme socialmente accettate e il rispetto dei diritti altrui .
angela ciulla
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L’ Assente
L’ Assente
Ci sono padri che lavorano soltanto e figli affannati che supplicano e sono continuamente in attesa della loro presenza. Dall’ entusiasmo iniziale di avere il padre come un proprio eroe, al rammarico che non ci sia, alla disperazione che la condizione non potrà mai cambiare, in termini di tempi di condivisione e di presenza, alla rassegnazione abbandonica in cui il bambino inizia a credere che dovrà cavarsela da solo, pur non sapendo come fare.
Si dà avvio ad una condizione di adultizzazione del bambino con il conseguente salto della sua infanzia.
Il bambino farà tutto da solo, vedrà la nascita del monologo e del soliloquio, parlerà con se stesso, si farà domande, si darà risposte, avvierà soliloqui interminabili con se stesso, privi di riscontri con la realtà, intrisi di elaborazioni de realizzanti, riconoscerà come padre il proprio pensiero, in braccio alle proprie inconcludenze, imparerà a non guardare il padre in faccia, a guardare le proprie elaborazioni.
Soliloqui, monologhi, fantasie, mediazioni, concentrazione sul proprio mondo interiore, sullo studio, permetteranno alla sua mente di divenire la propria casa ideale, l’ alcova, il luogo incantato dove rifugiarsi e incontrarsi il suo mondo migliore, dove iniziare a sperimentare le sue prime intrusioni. Vivrà le invadenze e le delusioni esterne come disturbanti del suo mondo interiore fantastico, loro diventeranno pensieri intrusivi e paranoici, difformi ai propri pensieri.
Questo rappresenta l’ esordio di una relazione autistica tra il proprio pensiero e il mondo. L’ assenza, è la radice abbandonica, che accompagnerà il figlio per la sua vita. Il figlio dimenticherà e disconoscerà il padre ma lo cercherà in tante altre figure sostitutive ed alternative senza che lui lo sappia riconoscere o senza che lui se ne accorga.
Le Carezze, i giochi, le conversazioni, i baci, tutti i perché senza le risposte del padre eroe, come mito dell’ adulto che non c’è, svuotano il bambino, che non potrà essere ascoltato e non potrà parlare. Un padre che non prende in braccio il proprio figlio, non lo potrà mai farlo sentire un futuro eroe, non potrà curare la propria insicurezza col pilastro dell’ essere adulti.
“Ma papà lavori sempre, per me non ci sei mai ? “ . Un figlio, che affermi questo, viene posto di fronte alla propria impotenza di non poter ricevere mai un riscontro e desolato, dovrà, adattarsi al suo essere invisibile al quale rassegnarsi.
Un padre ammalato della sua assenza, tirerà su un figlio accudente che si prenderà cura di lui. Quando il figlio diventerà padre, sarà ciò che ha imparato, da assente si farà curare dal figlio, bastone della sua vecchiaia, si prenderà cura del padre come il bambino che non è mai stato. Si darà via a quel giro vizioso automatico generazionale senza fine. Nessuno vive, ma ognuno si prende cura non di se, ma sempre di quslcun’ altro. Si avviano generazioni di infelici, di soli ed isolati , perché l’ isolamento altro non è che il ri perpetuare dell’assenza.
Bisogna rinunciare ad avere figli, se figli non si è mai stati. Nello stesso senso, chi dichiara di non desiderare avere figli, dichiara di avuto pessimi genitori. Chi non desidera ricevere figli, è fondamentalmente impaurito dall’ idea di rivedere in loro la propria infanzia svuotata del padre.
Flotte di genitori assenti generano generazioni in guerra e in conflitto, generazioni di bellicosi, insoddisfatti, generazioni di soldati, in lotta, a difesa del proprio ruolo e della propria identità. Un figlio non amato, con conosce la presenza, non sa cosa possa mai essere l’ amore, diviene specialista in anafettività, trasparenza, rabbia, indifferenza ed odio.
L’ origine delle guerre e del desiderio di morte è da attribuirlo al processo complesso delle assenze. Chi fa guerra, non vede il prossimo, non ti riconosce, non è toccato nella sua umanità, perché non toccato e pertanto respinto dall’ umanità del genitore; chi fa guerra non in è grado di riconoscere l’ altro in se stesso, possiede uno specchio frantumato di se, perché dall’ altra parte c’ è un genitore frantumato. Il vuoto dell’ assenza è il vuoto dell’ umanità.
Quando incontri un partner, reduce dell’ assenza genitoriale, vivi la frustrazione delle assenze subite, ti da pagare e riempire tutti i suoi vuoti subiti, non gli basti mai gli manchi sempre, anche quando ci sei, ne avverte il vuoto sempre. In realtà gli manca ciò che non c’è mai stato nel passato, e l’ assenza abbandonica attuale, altro non è se non la punta dell’ iceberg. Manca sempre un assente primario, eccellente, una matrice fondamentale. Tanto più grande è l’ assenza di una figura genitoriale, tanta più avrà una importanza privilegiata una minima assenza di oggi.
Chi è costretto a fare da genitore al proprio, intossica il suo ruolo, si immette su una corsia preferenziale futura, ovvero cercare un partner che fosse un figlio da accudire. La vita diviene una immolazione sfiancante, una malattia.
Una lettera scritta ad un padre o ad un partner, rappresenta quella sfida per mappare la propria storia relazionale, per poter ripercorrere la storia del proprio sacrificio. Serve a delineare tutto ciò che mai si è potuto scegliere, per svelare quella sacra consapevolezza che la vita, oggi, potrà ancora essere scelta, spaccando quelle patologiche catene di obblighi e di ruoli inadeguati non più opportuni nel presente.
Un serio ed assiduo lavoro analitico, correlato ai suoi strumenti di lavoro, come una psicoterapia individuale, una gruppo analitica, la lettera analitica, i rispecchiamenti, i de condizionamenti, gli psicodrammi, ect ect, hanno il compito di esaltare la consapevolezza, per accellerare le risposte e i cambiamenti, chiarire i ruoli e i modelli di riferimento, servono a spezzare quella circolarità viziosa generazionale, che passa la malattia, come un un testimone da genitori a figli, fissando proprie attitudini, propri talenti ed obiettivi per tornare alla propria progettualità e protagonismo.
Tutto ciò non è affatto facile, è molto complesso, ma non impossibile, non ci sono miracoli da compiere, specialmente se ci sono interruzioni del trattamento, quando a lavoraci resta solo lo psicoterapeuta, bisogna volerlo, con grinta ed audacia, abbattendo la flemma e gli automatismi, con tenacia e continuità terapeutica, si riesce a realizzare il ritorno alla salute e la propria metamorfosi, perché si fanno i conti con gli stili di vita, con le rigidi abitudini e le sedimentazioni dei ruoli indossati errati, per scollare di dosso tutto ciò che non è proprio, si ritorna alla salute del proprio protagonismo.
giorgio burdi
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Il Rigetto
Il rigetto
Chi non ha sperimentato esperienze predatorie? Siano esse nelle relazioni amicali, parentali, amorose o affettive in genere. Siano esse più’ o meno traumatiche.
Non ci siamo saputi difendere. I nostri confini sono stati violati. Quei confini che ci definiscono e ci distinguono dagli altri. Il perimetro della nostra essenza, della nostra dignità, del nostro valore. Ma che sono anche un filtro, una membrana, una lente attraverso la quale guardiamo l’esterno. Una membrana che può’ essere più’ o meno porosa, una lente che può’ essere più o meno aberrante, ma che comunque interviene come una cornice di senso sulla nostra capacità di accogliere, elaborare e catalogare quello che ci giunge dall’esterno, il corpo estraneo.
Spesso noi stessi non conosciamo quei confini. E d’improvviso diventiamo testimoni di una reazione cicatriziale interna alla nostra anima, un sieroma infinito, nei confronti di quel corpo estraneo, di quell’atto “violento”, di quel ”altro da noi” che continuiamo ad accogliere. E’ la nostra anima, la nostra essenza, che cerca di isolare questa struttura disconosciuta, di rigettarla.. Ma a volte la membrana è troppo sottile, è carta velina bagnata. E il rigetto non avviene: Il confine manca.
Curare l’anima passa attraverso la costruzione dei nostri confini, per definire chi siamo e in cosa siamo diversi. Per dire “no” a ciò che non siamo. E “si” a cio’ che siamo. Ricostruire l’anima passa attraverso lo stabilire che li’, oltre quella soglia, non si può andare. Nessuno può’ farlo. L’individuazione del nostro punto di rottura, poi, ci protegge dai corpi estranei. Il punto di rottura corrisponde a quello che Giorgio Burdi chiamerebbe il “nostro Numero Uno”, che grida e dice “basta è finita!”. Il più delle volte questo grido non supera il volume delle nostre fragilità. È solo un eco… e ci sembra che tutto ciò che facciamo siano solo azioni automatiche. Diveniamo spettatori delle nostre reazioni e il mondo esterno non sembra reale. Qui la nostra essenza si disintegra. Quello che credevamo di essere viene sgretolato dai nostri comportamenti dissonanti, che sono spinti dal solo bisogno di affetto, di essere visti…E arriviamo ad odiarci, perché nonostante tutto siamo li. Quel “nonostante tutto” pesa tantissimo, ma non è sufficiente a farci fuggire.
E allora, rimbocchiamoci le maniche. Risoluti. Cosa dovrebbe succedere per dire “Basta!!!”? Uniamo le nostre fragilità a sostegno della definizione del nostro confine. Perché se non abbiamo chiare anche le nostre fragilità, se non le accogliamo, faremo sempre vincere il dolore. Non ci sarà mai una rivolta. Non sarà mai il numero Uno a guidare le nostre scelte. Decidiamolo ora qual’e’ il punto di rottura. E non importa se oggi il nostro cuore non sa sostenerlo. Ma da oggi in poi lavoreremo per sostenerlo, e forse non saremo neanche costretti ad arrivarci al nostro punto di rottura: Se lo abbiamo chiaro in mente, abbiamo anche gli allarmi di quando ci stiamo per arrivare.
…e finalmente, immaginando come ci sentiremo oltre quel punto, sentiremo che quella sensazione li’ non è una sensazione che non sappiamo sostenere. Finalmente vibriamo solidi. Le nostre decisioni sono perloppiù irrevocabili. La nostra visione va via in un istante!
valeria carofiglio
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Il Caricabatterie
Il caricabatterie
Ci sono situazioni di apparente comfort, di volubile tranquillità, illusoria serenità che ci fanno schiavi incatenati ad una perversa finzione allucinatoria.
Sono situazioni che a occhio esterno parrebbero ovvie, schematiche, un due più due, una banconota da due euro, uno scherzo di poco gusto, ma quando è il sentimento a essere protagonista diventa difficile vedere nitidamente.
Intrappolati in una oasi nel deserto ci abbeveriamo delle nostre stesse allucinazioni, dissetandoci di acqua che altro non è che sabbia, ci immergiamo le mani, i gomiti, il viso e con la bocca la cerchiamo, convinti di riuscire a vederla, assaporarla, finiamo con il convincerci che c’è, finiamo con il dare forma, peso, altezza alle nostre allucinazioni.
Finiamo per dare un cuore, sentirlo pulsare, quando in realtà è solo il nostro a battere per entrambi, un cuore per due persone.. pensa a quanta fatica dovrebbe fare per pulsare per entrambi, per ossigenare entrambi, per dare la forza, il sostegno la vitalità a due corpi.
Spesso facciamo l’assurdo errore di scambiare il nostro cuore per un caricabatterie universale.
Ci incastriamo in situazioni sfidanti, in una partita di gioco d’azzardo dove il monte premi però è molto più basso del costo della partita. Reiterando le nostre mosse, perdendo e perdendo ancora, nonostante l’ovvietà. Nonostante qualche piccola vincita, la perdita è nettamente superiore.
È un errore questo, che spesso può accadere quando ci si ritrova ad avere a che fare con i sentimenti… ci incaponiamo con situazioni che non fioriscono, con energie che non vibrano, con melodie che stonano, in una modalità schizoide e saturante.
Perché mai un pianista dovrebbe voler suonare un pianoforte non accordato?
Potrebbe certamente provare ad accordarlo una volta, ma se non dovesse funzionare non si esibirebbe ai suoi concerti con quel pianoforte…
Eppure succede che anche quando ci rendiamo conto che un sentimento non funziona, ci incaponiamo, proviamo e riproviamo, ci facciamo male, ma non riusciamo a lasciarlo andare.
Sappiamo che non fa per noi, che ci sta scaricando, privando di energia, di luminosità, perfino quando il dolore ci sovrasta gli restiamo ancorati in una modalità psicotica.
Finiamo con il suonare e risuonare le melodie con note stonate, magari mettendoci anche dei tappi alle orecchie pur di non sentire il rumore assordante.
Ci mettiamo delle bende agli occhi per non vedere il marcio, tappi per non sentire il frastuono, e cerchiamo invano di far funzionare ripetutamente qualcosa che non va.
Quanto sarebbe più facile a questo punto lasciar andare tutto? Lasciar andare il macigno, sentirsi più leggeri, più in sintonia con se stessi, senza più dover cercare di ricaricare incessantemente un qualcosa che è destinato a scaricarsi in eterno?
Quanto sarebbe più facile smettere di sorreggere una costruzione traballante, essendo consapevoli che non appena saremo noi a staccare anche per pochi istanti una mano, questa inevitabilmente crollerà?
Come possiamo sperare di poter mantenere, ricaricare in eterno qualcosa che non ha la possibilità di autoalimentarsi o co-alimentarsi.
Quando si parla di sentimenti, legami, relazioni si parla di condivisione, di unione, di scambio, di vita, passioni, di reciprocità.
Un’unione presuppone equilibrio di forze, sinergia, nutrimento per entrambi, punti di incontro non imposti, un venirsi incontro spontaneo, una comunicazione sincrona.
Un caricarsi a vicenda, un posto in cui le energie ce le si scambia, ce le si dona reciprocamente.
Una relazione è a due, a due corpi, a due anime, a due forze.
Quando è solo uno che alimenta per due è un caricabatterie.
benedetta racanelli
tirocinante di psicologia
presso lo studio burdi

Il Dolore
Il dolore- dalla perdita, alla riappropriazione di se stessi
A chi non è capitato di dover affrontare un periodo molto difficile, intriso di dolore, accompagnato da situazioni che sembrano fuggire dalle proprie mani. In momenti come questo può capitare di sentirsi impotenti di fronte agli eventi, sentirsi passivi e vivere da spettatori gli avvenimenti per paura di affrontarli.
Ci si sente naufraghi della propria vita, sballottati dalle onde situazionali, a motore spento e solo con dei remi che non ci permettono di affrontare il mare in tempesta, in questa cornice ci si ritrova a naufragare in solitaria.
Ma in una cornice come questa il risultato può essere ambivalente, accompagnato da sfumature e colori a seconda della nostra risposta emotiva.
Il dolore può portare ad una solitudine primordiale, un contatto reale e viscerale con noi stessi. Ad un sentirci e pensarci pienamente, il dolore ci riporta a noi stessi, a sentire la nostra pelle, i nostri pensieri, il nostro essere, la nostra anima. Ci riporta ai nostri bisogni e ai nostri desideri.
Vivendo il dolore, al contempo, è possibile che ci si senta perduti, soli, impauriti, piccoli in uno spazio sconfinato e sconosciuto. Appare chiaro quindi che il risultato potrebbe essere quello di cercare salvezza all’esterno, negli altri.
Il dolore quindi può portare a creare dei legami salvifici, legami che potrebbero non avere delle reali basi, ma semplicemente bisogno di fuggire, di allontanarsi e scappare. Ci si ritrova a fuggire da noi stessi nel disperato bisogno e speranza che la fonte di dolore scompaia. E scappando ci aggrappiamo a qualsiasi cosa, persona, situazione. Ma il dolore lo portiamo inevitabilmente con noi.
Finiamo quindi col creare rapporti il più delle volte superficiali, di apparenza perché quello che stiamo realmente cercando si trova in noi stessi, ma la paura può renderci ciechi.
Sarebbe impensabile costruire una casa di legno da soli, senza fondamenta, senza travi, senza stabilità e trasferirsi volontariamente all’interno, vivremmo con il terrore che possa crollare da un momento all’altro, crollarci addosso.
La nostra anima è la nostra casa, le situazioni che viviamo, che scegliamo e non scegliamo, ci formano, ci costruiscono, ci modificano, nessuno di noi nasce e cresce con travi ferree, strutture incrollabili.
Quello che possiamo fare però è lavorare sulla struttura, possiamo affidarci, analizzarci, metterci in gioco, per co-costruire assieme il nostro palazzo,
Imparare come affrontare le situazioni più difficili, i momenti di dolore.
La terapia è ciò che distingue il modo di affrontare il dolore, l’analisi ci permette di porgere lo sguardo sull’impensabile, ci permette di trovare la forza in noi stessi per affrontare un uragano, per non crollare, per rialzarci. Ci permette di ristabilire il contatto con noi stessi, tornare a essere protagonisti della nostra vita, di entrare nel dolore, toccarlo, immergerci, analizzarlo e uscirci, con l’aiuto di un professionista che ci dona gli strumenti per poter ricostruire insieme le fondamenta della nostra anima, che potremo abitare per sempre, senza temere più che possa crollarci addosso.
benedetta racanelli
tirocinante di psicologia
presso lo studio burdi

CREATURE LIBERE!
Tradire sé stessi, per crescere.
CERCARE LA VERITÀ
Uno dei più grandi paradossi della nostra esistenza è “quello di comportarci in modo da garantirci l’infelicità. Molti di noi trascorrono la vita a camminare consapevolmente verso il rimorso, il rimpianto, il senso di colpa e la delusione. E non c’è situazione in cui le nostre ferite sembrano più casualmente autoinflitte, o le sofferenze che creiamo più sproporzionate rispetto alle necessità del momento”. La considerazione è di Sam Harris, filosofo e neuroscienziato statunitense che, nel 2013 pubblicò un saggio dal titolo: “Bugie” (Roi Edizioni). Qui teorizzava la possibilità di rivedere i legami sociali, alla luce dalla pratica dell’onestà allontanandola, però, da qualsiasi intento moralistico. Con riferimenti pratici, dimostrava quanto l’esser sinceri, con sé stessi e con gli altri, riuscisse sempre a far ottenere risultati vantaggiosi e giusti per ciascuno, semplificando la vita e aprendo l’individuo ad una crescita personale coerente, poiché mentire è “la via maestra che conduce al caos”.
Chi più, chi meno, tutti fingiamo (lat. fingo: plasmo, simulo), seppur in buona fede, ma, questa cattiva abitudine finisce col complicare le situazioni, compromettendo, alla fine, il nostro modo di interagire col prossimo. Rischio che riguarda anche la salute psicofisica, dato che tutte le nevrosi trovano terreno fertile nelle verità riplasmate in base alle nostre esigenze. Una riflessione già percepita da Adler: “una bugia non avrebbe senso se la realtà non fosse percepita come pericolosa”. Harris insiste sul concetto e porta il vezzo all’inganno come vero strumento antisociale: “Mentire è sia non capire che non voler essere capiti; significa sottrarsi alle relazioni”.
Il fenomeno dell’antisocialità e del progressivo indebolirsi delle relazioni umane venne preso in oggetto anche da un sondaggio Ipsos del 2023. Le indagini indicarono come tra le cause percepite dai singoli, sul perché di questa frantumazione solidale ci fossero motivazioni riscontrabili in un netto disagio nell’assumersi le proprie responsabilità e nell’incapacità di adattarsi all’altro. Il quadro generale riportava una dilagante sfiducia sia nelle proprie risorse che nell’umanità in generale. Nulla di nuovo, insomma, se riportato alla teoria di “società liquida” (Bauman) sfuggente e superficiale che ha perfezionato il suo itinerario con la “Fine dell’amore”: «La nostra libertà si esercita nel diritto a non impegnarsi o a disimpegnarsi dalle relazioni, un processo che potremmo chiamare la scelta di annullare la scelta: la possibilità di uscire dalle relazioni in ogni momento» (Illouz 2020).
CERCARE LA VERA LIBERTÀ
La “possibilità di uscita” è, per dirla tutta, una grande menzogna che continuiamo a raccontarci. Ogni distacco è un trauma e come tale andrebbe consapevolmente elaborato. Definirsi liberi non può prescindere dalla lealtà dei sentimenti. Scopo della psicoanalisi, come dice Carotenuto, è quello di smascherare; dare la possibilità, ad ogni paziente di “tradire” le proprie convenzioni e le proprie convinzioni. Riposizionare (lat.: tradere) il Sé può aiutarci a riattribuirci un senso, a guardare con empatia all’altro e, infine, a rimparare ad amare. Tutto sta nella nostra disponibilità ad emanciparci e a voler crescere. Ma cosa ci muove verso la crescita? Per Jung, bisognerebbe: “confessare a sé stessi il proprio vivo desiderio. Molti hanno bisogno di un particolare sforzo d’onestà. Troppi non vogliono sapere a che cosa anelano, perché ciò pare loro impossibile o troppo doloroso. Il desiderio è però la via della vita. Se non ammetti di fronte a te stesso il tuo desiderio, allora non seguirai te stesso ma strade estranee che altri hanno tracciato per te”. (Libro Rosso). Lacan ha fondato la sua ricerca psicoanalitica su questo concetto di Desiderio, “la condizione assoluta” dell’uomo che lo porta a poter ridare senso alla vita, a “guardare in alto” (de-sidera). Desiderare è vivere. Desiderare è ricercare sé stessi, guardando agli altri in modo onesto, libero e svincolato dalle impostazioni mentali, pervenuteci dalla famiglia, dalla società o dalle sovrastrutture che hanno come fine quello di dominarci.
TROVARE SÉ STESSI E IL MONDO
Molto probabilmente, l’ultimo capolavoro di Yorgos Lanthimos, Povere Creature! (Poor Things, 2023/141’) ci porta vicino, alla spiegazione di queste dinamiche. Il soggetto del film si ispira all’omonimo romanzo (1993) dello scrittore scozzese Alasdair Gray. La trama verte sul cammino d’emancipazione della protagonista Bella Baxter, creatura restituita alla vita, grazie ad un inverosimile trapianto di cervello del feto che aveva in grembo. La sua formazione umana consisterà in un continuo tradimento di tutto ciò che la circonda e questo in nome del suo innato Desiderio di sperimentazione e conoscenza.
In sequenza: tradisce le attese del suo padre-creatore Godwin che la vorrebbe rinchiusa in una lugubre e infernale casa-laboratorio; tradisce le pretese dell’avvocato Duncan Wedderburn, dei suoi sentimenti asfissianti, delle sue promesse di libertà (in pratica tende anche lui a rinchiuderla nel suo mondo maschilista); tradisce le attese del giovane studente Max McCandles che la vede scappare lontano dal suo cuore. Tradisce perfino la sua stessa formazione, quando chiede al cinico Jerrod Carmichael, di portarla a conoscere gli abissi del mondo. Tradisce, infine, l’arroganza del suo ex marito (quello che la portò al suicidio), quando gli fa capire che preferirebbe morire daccapo piuttosto che scendere a patti con la sua mente caprina incline all’ uso delle armi, della violenza e dell’arroganza, per assoggettare le volontà di chi lo circonda.
Non possiamo notare che il regista usa con padronanza molti simboli e riferimenti letterari, per far emergere il costante lavoro di emancipazione di Bella. Due, tra i più significativi: il viraggio dal bianco e nero al colore, quando Bella lascia la “casa familiare” spinta dalla voglia di conoscenza e l’uso del fisheye come rimando al pensiero critico. Bella si ribella ad ogni definizione, dichiarandosi come persona imperfetta a cui piace sperimentare: “Io devo partire, vedere il mondo e c’è così tanto da scoprire”. La sua libertà è sincera. Vive il mondo senza alcuna dipendenza, lo usa, se vogliamo, senza cedere alle sue trappole.
Il film, non è solo un manifesto femminista vuole essere un omaggio alla possibilità che abbiamo di cambiare. Difatti, nelle scene finali, troviamo altre figure che hanno abbandonato i loro soliti schemi esistenziali. Basti pensare a Godwin che da malato terminale, concretizza di non poter possedere nulla, né le sue creature e neanche l’imprevedibilità della morte che pur aveva toccato, per tutta la sua vita. Ci resta una frase, che ci offre una chiave di lettura. Il copione la affida a Madame Swiney, la tenutaria del bordello londinese in cui Bella incontra la sua Ombra – junghianamente – la sua parte più scura che la indirizzerà verso la completa emancipazione: “Dobbiamo sperimentare ogni cosa. Non solo il bene, ma anche il degrado, la tristezza…così possiamo conoscere il mondo. E quando conosciamo il mondo, allora il mondo è nostro”.
Luca Anaclerio
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Comunica
Comunica
Comunicare è riparare, proteggere, comprendere, mettersi e mettere in discussione. Comunicare risana.
La parola è possibilità di vedere il vero, di leggere dentro, il non detto separa ed avvelena, logorando le persone, svuotandole della loro individualità.
Il non detto lascia il posto allo stereotipo comunicativo, dove la persona crede fermamente di sapere già cosa l’altro voglia dire.
Si arroga il diritto di anticipare la conversazione nella sua testa, sclerotizzandone toni, modi, parole e dialoghi interi. Finisce che la relazione diventa il prodotto di una sola persona, vivendo la coppia, la famiglia, gli amici in un rapporto unicamente fine a se stesso.
Si perde il contatto con il reale, si parcellizza l’altro, si affievoliscono le emozioni, si creano muri cementati di separazione e individualismo.
Parlare è un atto d’amore, può trarre in inganno poiché in un primo istante separa, pone dubbi, getta benzina, infuoca le anime, ma fa sorgere domande, parole che sono ponte di collegamento per una connessione più consapevole, matura e reciproca.
Per una connessione di anime, di emozioni, di differenze digerite che portano significati, che regalano risoluzioni.
Comunicare è antidoto salvifico, è mettere in discussione i propri schemi per costruire case, luoghi accoglienti di condivisione.
Comunicare è famiglia.
È comprendere, lottare, volere. Le parole sono collegamenti, sono fondamenti per una evoluzione che accoglie e unisce. Che annienta le differenze, le ingloba in un modo tutto nuovo di essere presenti insieme.
Comunicare è apertura, è gioia, è sinergia, un innamoramento delle anime, che supera gli ostacoli, supera l’apparenza e trasforma.
È condizione inevitabile, è possibilità di slegarsi dal passato, di evolversi, di arrivare insieme oltre.
È voler trovare il modo, la strada, per una dimensione vera, familiare, nuova e in continua evoluzione e progressione.
Comunicare è espansione e concretizzazione del proprio io, del numero uno. Il numero uno incarna la nostra essenza, i nostri desideri, le nostre passioni, ma anche le nostre paure, traumi, verità necessarie.
Comunicare è incontro tra numeri uno, tra persone concrete, piene nelle loro risoluzioni, è fusione di essenze reali, fusione di compiutezza.
È abbracciare l’anima, la persona, le sue paure, distruggendo le distanze.
Comunicare è la possibilità di raggiungersi in una dimensione di accoglimento, condivisione e comprensione, amore.
benedetta racanelli
tirocinante di psicologia
presso lo studio burdi
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Fallisci
Fallisci
Ci sono fasi della vita che attraversiamo tutti in cui ci sembra di fallire, ripetutamente.
In cui non troviamo la nostra via e ci sentiamo persi, soli. Vediamo solo buio intorno e non sappiamo come uscirne, come fare luce attorno a noi.
Cerchiamo di farci spazio tra le ombre dei nostri interrogativi, ma così come il buio non equivale a non luogo, il fallimento non è assenza di azioni.
Essere umani significa fallire. Questa semplice verità può essere difficile da accettare, soprattutto in un mondo che spesso celebra solo il successo e la perfezione. Che celebra il traguardo, il prodotto finito e decorato, impacchettato e pronto per essere mostrato. Una società che mostra il risultato, ma non la produzione.
Siamo continuamente bombardati dai successi di altri, un 30 e lode celebrato e festeggiato senza mostrarne il percorso, offuscando e nascondendo i tentativi, i pianti, i momenti di down.
La nuova auto comprata da un nostro collega, lucidata e parcheggiata accanto alla nostra, ma non vediamo i mutui, i momenti di risparmio, le indecisioni, gli straordinari ore tolte al divertimento e al tempo con i figli.
Vediamo la spontaneità e capacità del dottore nel condurre i gruppi, senza soffermarci sugli anni spesi di studio, tirocini, esami.
Abbiamo la possibilità di vedere solo un attimo, un momento di tutto il percorso che ognuno di noi attraversa nella vita.
Diventa quindi necessario, se non indispensabile, mostrare anche il percorso a volte, proprio per rendere più reale tutto quello che abbiamo attorno.
Ma cosa succede quando ci troviamo di fronte al fallimento, quando tutto sembra sbagliato e le nostre speranze svaniscono nell’abisso della delusione?
Il fallimento, per quanto doloroso possa sembrare, è una tappa indispensabile lungo il cammino e il conseguimento dei nostri obiettivi.
È proprio attraverso i fallimenti e i tentativi che impariamo le lezioni più preziose, che superiamo i nostri limiti e rafforziamo la nostra determinazione. Ogni errore, ogni passo falso, è un’opportunità per crescere, per diventare più forti, più saggi, più resilienti. Per progredire.
Spesso ci lasciamo sopraffare dalla sensazione di fallire, ci sentiamo impotenti, inadeguati, persi. Ma è proprio in quei momenti di buio che dobbiamo cercare la luce della speranza, della fiducia in noi stessi.
Il fallimento non è la fine del viaggio, ma semplicemente una curva sulla strada che stiamo percorrendo. È il segno che stiamo provando, che stiamo lottando per realizzare i nostri sogni.
È necessario perciò non temere il fallimento, non lasciare che ci blocchi. Ma accoglierlo come un compagno di viaggio, come un maestro che guida lungo il sentiero della crescita personale. Bisogna abbracciare i nostri errori e imparare da essi, per continuare a spingerci oltre i nostri limiti.
Il fallimento non è negativo, ma una parte essenziale della vita. È attraverso le sfide e le sconfitte che possiamo davvero apprezzare il gusto della vittoria, della realizzazione di sé stessi. È necessario quindi non arrendersi, non smettere di provare, di fallire. Perché ogni fallimento ti avvicina un passo in più al successo, alla felicità, alla realizzazione.
Fallisci più che puoi.
Benedetta Racanelli
tirocinante di Psicologia
presso lo Studio BURDI

Eva Contro Eva
Eva Contro Eva
E la rivalità tra donne
La rivalità femminile trova le sue origini direttamente all’ interno della relazione madre – figlia – padre. Essa rappresenta una negoziazione emotiva nascosta e silenziosa tra chi deve contendersi l’ oggetto amato dell’ unico uomo di famiglia.
La rivalità tra donne è generazionale, e viene tramandata di madre in figlia, essa può avere origini centenarie. Freud fa coincidere la sua formazione con l’ insorgenza del complesso di Elettra della bambina innamorata del padre, che vede nella mamma, la sua primaria rivale affettiva, sottrattrice di attenzioni.
La rivalità, dapprima, viene percepita come esclusione, dopo come abbandono, melanconia e se perdura, come depressione e rabbia. Le donne rivali hanno una base comportamentale tendenzialmente orientata verso l’ aggressività.
Animate da rancori ancestrali , protagoniste, come attrici da Oscar, di pettegolezzi maligni , perfidi sotterfugi hanno spesso come fine, di distruggere la Vittima, sminuirla , calunniarla attraverso una tale perfidia al punto tale da mettere in pericolo la rivale, ignara dell’ anima spregevole. Questa è l immagine della “ donna “ in competizione, attraverso la quale si compie il delitto del genere femminile che porta a legittimare la cultura del maschilismo .
Donne spietate , aggressive distruttive incapaci di creare legami autentici, sinceri e sani sia in famiglia che con amiche e colleghe.
Cosa spinge a tale rivalità ? Atteggiamenti quali il
prevalere, vincere la sfida, attraverso un continuo mettersi a confronto con madri, sorelle, amiche/ nemiche, colleghe ammirate , l’ obbiettivo reale della rivale è il suo tentativo di farti uscirne sconfitta.
Ciò che muove le “ donne in competizione “ e’ il loro vedersi perdenti già in partenza, in un continuo paragonarsi all’ altra. Tali “donne “perdono di vista il loro reale obiettivo e il loro “Se“, divengono macchine da guerra, donne contro Donne, esse sono il loro vero ostacolo, la loro vera minaccia viene rappresentata da lontane ferite di una mamma irrisolta, a sua volta aguzzina, che non ha saputo instaurare un legame positivo capace di rinforzare quella piccola donna che necessitava di manifestazioni di rassicurazione, approvazione e affetto.
In questo processo di rivalità tra le donne, prende un posto fondamentale l’ atteggiamento della madre. Una madre con attaccamento insicuro verso il suo padre conteso, manifesterà un attaccamento morboso verso il proprio compagno, tale da escludere la figlia. Questa esclusione avvia la formazione di quel processo di rivalità al femminile.
È l’ esclusione dall’ oggetto amato che scatenerà tra le due donne quella lotta chiamata ompetizione.
Quando assistiamo a certe dinamiche relazionali aggressive tra donne, apparentemente motivate, in genere, dovremmo poter pensare alla presenza di una forma di rivalità madre figlia a prescindere.
Una donna sposata reduce di una rivalità contro la propria madre, possiede una irrefrenabile tendenza di reiterarla verso la sua suocera, conflitto molto
dilagante e comune nelle nostre società. La rivalità viene agita e dispensata socialmente e ad ampio raggio, ogni volta che sia la figlia che la mamma competitor, relazioneranno con il mondo femminile. Verso di esso verrà proiettato un disagio originario sotto forma di aggressività passiva, diretta o indiretta, attraverso critiche, giudizi, pettegolezzi in triangolazioni e violenze.
Da qui una continua rivalità e aggressività, spesso non esternata in modo chiaro ed esplicito ma sottile di cui la rivale non ha coscienza di mettere in atto, spesso negata dinanzi all evidenza, si risolve in un continuo non fidarsi delle proprie presenze femminili, si trasformano in competizione e concorrenza persino verso un uomo. Gli uomini incastrati all’ interno delle rivalità femminili, sviluppano forme di evitamento, tradimento e fughe dalla relazione, con la conseguente difficoltà di credere in una relazione futura duratura .
Cosa assicura ad una “Eva contro Eva“ il superamento di una competizione patologica, assicurandosi la felicità ? La capacità di vedere il proprio problema nella sua origine, sciogliere i nodi con la madre, e affrontare una competizione sana , ricreando una solidarietà nel quotidiano con le altre Donne e di avere la consapevolezza di scegliere per se stesse degli obbiettivi da raggiungere , attuando una nobile e gioiosa cooperazione e divenendo in tal modo tutte eroine “Eva per Eva” , pronte a migliorare il mondo .
angela ciulla
Continua
ODI ET AMO
ODI ET AMO
Come è possibile che due emozioni così opposte, amore e odio, possano coesistere nello
stesso momento nei confronti della stessa persona?
Eppure accade, e attraverso questi incontri mi sono resa conto che è più comune di quanto pensassi.
Quando siamo piccoli guardando i nostri genitori pensiamo a dei “supereroi”, perfetti e
pronti con i loro super poteri a salvarci, a esserci per noi. Li vediamo come esseri invincibili,
che ci guidano e ci proteggono, insegnandoci le regole del mondo.
Ma cosa accade quando ci rendiamo conto che anche loro non sono poi così perfetti?
Che anche loro commettono errori, e sono proprio questi errori a farci sprofondare in una intricata spirale di affetto e rancore.
L’amore e l’odio sono due emozioni potenti, intrecciate in un perverso gioco di
contraddizioni quando si tratta dei nostri genitori.
Quando un genitore ci ferisce, non solo il dolore è profondo ma l’ambivalenza dei nostri
sentimenti diventa estenuante.
Li odiamo per il male che ci hanno causato, ci odiamo per i sentimenti che proviamo.. ed emergono i sensi di colpa, che tentano di sopprimere il negativo come se non avesse diritto a esistere.
Come se il provare certe emozioni sia scomodo o sbagliato. Attraverso la lettura di alcune lettere dei miei compagni, ho potuto sentire e vivere su me
stessa la lotta per la supremazia ed il controllo emotivo. Le parole diventano armi taglienti che si spezzano prima di ferire davvero.
Un susseguirsi altalenante di sentimenti, come montagne russe, in cui la parte più
vulnerabile di noi, il bambino interiore, si interroga sul perché, arrogandosi la possibilità ad
esistere.
Quell’agglomerato informe di emozioni diventa ad ogni parola sempre più comprensibile e
trasparente. Ogni parola, pensiero prende il suo posto all’interno della lettera, lo sfogo
urlato e intriso di ogni emozione possibile prende forma, liberandosi.. sento di poterlo
vedere assieme agli presenti nella stanza.. proprio li, al centro.
Questo cocktail di emozioni, di vicinanza e lontananza, amore e risentimento, rancore e
gratitudine supera i confini del nucleo familiare e della triade genitori-figlio per riversarsi
nella nostra vita privata e nelle relazioni interpersonali che instauriamo.. in particolare con
il partner.
Cosi le dinamiche di potere, i meccanismi di difesa, le modalità di comunicazione che
abbiamo appreso da piccoli si ripresentano, a volte in modo inconsapevole, nel rapporto di
coppia. Divenendo noi stessi i protagonisti della storia, rievocando attraverso gesti, modi e
vicende il nostro passato, quasi volendolo studiare e comprendere.
Così le ferite non rimarginate, le cicatrici assieme anche alle carezze e gli abbracci, si intrecciano in un complesso mosaico.
E imparare a riconoscere, accettare e superare questi legami profondi è la chiave per costruire relazioni autentiche, libere da condizionamenti e paure apprese, permettendoci di accogliere e armonizzare ciascuna sfumatura del nostro sentire.
Il cammino verso una relazione di coppia sana e vera passa inevitabilmente attraverso il
confronto con il nostro passato, con le nostre origini e con le radici familiari. Accettare le contraddizioni e le sfumature del rapporto con i nostri genitori ci permette di accogliere con più consapevolezza noi stessi e il nostro partner, di aprirci alla vulnerabilità e di costruire legami profondi.
Così, nell’amarli nonostante le ferite, nell’odiarli nonostante l’amore, scopriamo il nostro
vero io e iniziamo il cammino verso la nostra felicità e libertà emotiva.
Benedetta Racanelli
Tirocinante di psicologia clinica
presso lo studio Burdi