
Manuale di AutoIpnosi
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Su Amazon è online il Cofanetto sull’Autoipnosi (Edizione 2015-2025), realizzato dallo Studio BURDI. È un percorso articolato in sette tappe, disponibile al costo di una singola seduta. Inaugura la Collana:
“Psicologia e Psicoterapia
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“Manuale di Autoipnosi”
Seconda Edizione 2015-2025
ISBN 979831214451290000
Per accedere alle prime pagine, basta cliccare sull’immagine Amazon qui sotto:
📖 Il Cofanetto comprende:
1. Libro cartaceo o Kindle
✅ Tecniche di autoipnosi presentate con chiarezza e accessibilità.
✅ Metodo semplice e scientificamente validato per ottenere risultati concreti.
✅ Percorso guidato, strutturato passo dopo passo, per favorire rilassamento, concentrazione e benessere.
2. Sette Tracce Audio
✅ Disponibili tramite QR Code, pronte per l’ascolto in qualsiasi momento e luogo:
✔️ Il rilassamento – Per sciogliere tensioni e ritrovare calma interiore.
✔️ Stabilisci la meta – Per allenare la mente a raggiungere obiettivi.
✔️ Riposa serenamente – Per migliorare la qualità del sonno e risvegliarti energico.
✔️ Quieta il tuo pensiero – Per liberarti da pensieri negativi e sviluppare lucidità mentale.
✔️ Difendi la tua salute – Per rafforzare il benessere psicofisico.
✔️ Antifumo – Per smettere di fumare in modo naturale e definitivo.
✔️ Raggiungi il peso forma – Per ritrovare il controllo su corpo e alimentazione.
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Presentazione
“ Manuale di AutoIpnosi “
L’ipnosi è uno stato naturale della mente, un’esperienza quotidiana che spesso passa inosservata. Accade quando si guida lungo un tragitto abituale e ci si ritrova a destinazione senza ricordare il percorso, o quando ci si perde nei pensieri mentre qualcuno parla, trasformando la sua voce in un suono lontano. Sono momenti di trance spontanea, in cui la razionalità si ritira e lascia spazio all’inconscio, la dimensione in cui risiedono emozioni, sogni, intuizioni e potenzialità inesplorate.
L’ipnosi non è un mistero né un trucco, ma una soglia di accesso alle risorse più profonde. Un viaggio interiore capace di rivelare capacità inespresse, superare blocchi emotivi, smantellare convinzioni limitanti e risvegliare energie latenti. Il Manuale di Autoipnosi, disponibile su Amazon, guida il lettore in questa esplorazione, fornendo strumenti pratici per comprendere e sperimentare la trance ipnotica. Non si tratta solo di leggere e ascoltare, ma di immergersi in un’esperienza trasformativa.
Contrariamente ai luoghi comuni, l’ipnosi non comporta perdita di controllo, ma rappresenta un mezzo per riappropriarsi del proprio mondo interiore e riscriverlo. Il cervello registra e filtra informazioni attraverso schemi mentali costruiti nel tempo, influenzati dall’educazione, dall’ambiente familiare e dalle esperienze vissute. Spesso, questi schemi si irrigidiscono, limitando la libertà di essere e di esprimersi. È qui che l’ipnosi interviene, sciogliendo tensioni emotive e liberando la mente da vincoli inconsci che possono manifestarsi nel corpo come sintomi fisici.
Mal di testa, dolori articolari, disturbi gastrici, tachicardia, insonnia, disfunzioni sessuali, ansia e depressione possono essere espressioni di un conflitto interiore inascoltato. Quando la mente non riesce a tradurre il disagio in parole, il corpo lo esprime attraverso sintomi, che spesso vengono ignorati finché non si fanno troppo evidenti.
L’ipnosi permette di intervenire su questi processi, favorendo un riequilibrio interiore che porta a una nuova consapevolezza e a un benessere più profondo. L’inconscio, libero dalle interferenze della razionalità, diventa uno spazio aperto al cambiamento, in cui riscrivere percezioni, vissuti e convinzioni limitanti.
Questa capacità non è riservata a pochi, ma appartiene a ogni individuo. Alcuni accedono facilmente alla trance ipnotica grazie a una predisposizione naturale all’immaginazione e alla suggestione, altri vi giungono con maggiore difficoltà a causa di una razionalità rigida che ostacola l’accesso agli stati profondi della mente. Proprio per questi ultimi, l’ipnosi può rappresentare un’opportunità straordinaria: affidarsi al proprio mondo interiore significa risvegliare potenzialità latenti, rafforzare la fiducia in sé stessi, superare paure e insicurezze.
In psicoterapia, l’ipnosi è un ponte tra conscio e inconscio che consente di elaborare esperienze dolorose, superare blocchi emotivi e trasformare il modo di affrontare la vita. Il terapeuta diventa una guida, un esploratore dell’anima che accompagna il paziente nelle profondità della psiche, aiutandolo a illuminare le zone d’ombra e a ricostruire un equilibrio più armonioso tra razionalità ed emozione.
Non si tratta di subire un processo, ma di esserne protagonisti, imparando a riscrivere la propria storia interiore. Il Manuale di Autoipnosi non è solo un libro, ma un’esperienza che insegna a comprendere il funzionamento della mente e a sfruttarne il potenziale nascosto.
Se vuoi scoprire come funziona l’ipnosi, se vuoi sperimentare il potere della tua mente e imparare a utilizzarlo per migliorare la tua vita, questo libro è il punto di partenza ideale. Il viaggio nella tua mente è pronto per iniziare. Sei pronto a scoprire di cosa sei veramente capace?
Continua
Il senso di colpa
Il senso di colpa
Il senso di colpa è come una valigia che ci portiamo dietro fin dal momento in cui veniamo al mondo. Forse è colpa della storia, forse della religione, o magari è una questione di genetica o antropologia. Il punto è che approdiamo a questo mondo con un bagaglio di senso di colpa. La predisposizione naturale, combinata con gli eventi della vita, lascia ampio spazio alla sua crescita.
L’infanzia è un momento cruciale in cui sperimentiamo i primi sguardi, le prime esplorazioni, le prime sensazioni, i primi pianti, ma soprattutto i primi piaceri. Talvolta ci comportiamo male, facciamo una cosa invece di un’altra, cambiamo idea attratti dalle bellezze del mondo; spesso commettiamo errori, ma da bambini non proviamo senso di colpa per le nostre azioni, anche quando sono oggettivamente sbagliate. Il senso di colpa, infatti, nasce dalle pressioni della società.
Da piccoli siamo liberi: liberi di toccarci, di sperimentare i piaceri semplici della vita, di essere quasi selvaggi. Non esiste senso di colpa, perché non esistono giudizio, pudore o vergogna. La società, però, ci impone un carico enorme di pressioni. I bambini esplorano il piacere perché non conoscono i tabù imposti dalla cultura, dalla religione e dai dogmi.
In età adulta, l’esperienza del sesso assume sfumature e particolarità. Il sesso si manifesta in molte forme, e una di queste è fare l’amore con se stessi. Noi siamo la prima forma di vita che possiamo e dobbiamo apprezzare. Un possibile “undicesimo comandamento” potrebbe essere: Ama te stesso prima di amare gli altri.
La domanda è: come posso amare qualcuno se non conosco l’amore per me stesso? Mi spiego meglio. Come posso apprezzare una certa tonalità di colore se non l’ho mai vista?
Ad essere onesti, amare se stessi non è affatto semplice. “Sestesso” è un concetto ambiguo e sfuggente, difficile da comprendere. Spesso il nostro “io” è proiettato sugli altri: nei genitori, nell’amica, nel partner. Ci identifichiamo in modo equivoco, perdendo il contatto con la nostra vera essenza. Sarebbe necessario fermarsi, riflettere e porsi la domanda: Chi è il mio io? Una domanda difficile da affrontare e ancora più difficile da rispondere.
Si dice spesso che bisogna perdersi per ritrovarsi, e questa, per quanto sembri una frase fatta, è una verità profonda. Riconosciamo noi stessi solo quando abbiamo toccato il fondo, quando tutto sembra privo di significato, quando non desideriamo più risalire, ma soltanto rimanere lì, fermi, avvolti nel nulla. Solo in quei momenti estremi, quando una mano amica o una forza interiore si muovono per scuoterci, troviamo il nostro vero “io”. È allora che scopriamo il fulcro della nostra esistenza.
Sharon Di Mauro
Tirocinante in Psicologia
Università Statale di Foggia
Continua

KINTSUGI
KINTSUGI
rotto è più prezioso
Chi rompe paga e i cocci sono i suoi… e sono bellissimi!!
“E’ l’alba di un momento. Sono piena di entusiasmo. Vibro e rivibro. Sento la potenza della vita scorrere. Che fortuna che anche tu ci sia, qui accanto a me. Ma il passo è lento, mi affatica. E tu? Dove sei finito? Scorbutico e infastidito. Ci contavo. Dove ho sbagliato? Ma non posso mollare. Ho paura, ma riprovo.Saranno fieri di me. Tento ancora e non mollo. Mi hanno insegnato a non mollare. Devo arrivare, devo farcela e devo farlo nel migliore dei modi. Altrimenti…..altrimenti……altrimenti……meglio non pensarci. Mi vedranno, finalmente!
Ma io non mi sento a mio agio. Voglio rallentare. E mi sento pure sola, ormai. Si sono arrabbiati. Dicono che ho fallito… chevergogna! Danno e Beffa. Qui, su di me. Un senso di colpa mi pervade! Avrei dovuto, avrei potuto fare. Ho fallito!!”
Nulla sarà più come prima.
…E per fortuna direi.
Le cose non filano sempre lisce. Amiamo profondamente i nostri sogni. Siamo lì, sul pezzo, a pretendere, più o meno consapevolmente, che tutto vada secondo i piani. Ma qualche sogno non ci ha amato fino in fondo: non abbiamo superato quell’esame; quella persona, proprio quella da cui non ce lo aspettavamo, ci ha tradito, manipolato, violato; quell’altra volta non siamo riusciti a difenderci; Insomma, in qualche misura, abbiamo fallito. Il fallimento è per noi una esperienza che disturba.
Chi non ha avuto esperienze soggettivamente disturbanti?: un fallimento (appunto) personale o relazionale, ma anche un’umiliazione subita o una interazione (anche ripetuta) brusca con delle persone significative, peggio se durante l’infanzia. Qualcuno ne ha subite di più gravi: traumi che hanno minacciano la propria vita, o quella delle persone care: un abuso, un incidente, ecc… Comunque sia è danno. E’ lesione. Qualche volta e’ lacerazione. Del corpo, della mente e dell’anima. E’ crisi. Una crisi è un bicchiere mezzo vuoto. E’ difficile vederlo come un orizzonte, come una apertura alle mille possibilità che un orizzonte propone. E’ più facilmente una chiusura, attraverso la quale non passa niente, neanche l’aria. Perché?
Perché le ferite dell’anima e i traumi della mente sono scomodicome cicatrici da nascondere sotto strati di trucco? Meglio non parlarne, nasconderli sotto il tappeto della nostra memoria, chiusi nel doppiofondo del nostro cuore, restando noi immobili a sperare che, non pensandoci troppo, spariscano. Perché? Perché siamo educati alla perfezione. Tendiamo a considerare il perfezionismo un simbolo di valore. L’emblema della persona di successo. Uno spartiacque tra l’essere accolto o l’essere rifiutato, da un genitore, ma anche da un figlio. Da un partner, o da un amico.
Da un gruppo, da una società. Eppure, al contrario, spesso da perfezionista, mi sono sentita scontenta ed insoddisfatta, nella costante sensazione di non essere (ovviamente) mai abbastanza perfetta: come figlia, come studente, come professionista, come moglie, come madre, come amica….tutto sarebbe perfezionabile. E’ questo un modus vivendi in cui l’apparente perfezione è più importante della realtà.Siamo dominati da voti, classifiche, graduatorie, che certamente non aiutano.
Sono un professore universitario. Vedo molti ragazzi e vedo gli effetti che questa mania di perfezionismo ha su di loro. Lui, uno studente, questa mattina era li’. In prima fila. Partecipava ad una sessione del mio esame. Ad un certo punto, si è avvicinato a me e con respiro affannoso mi ha detto che era uno studente DSA, tentando con le parole di giustificare cosi’ la sua tachicardia. Chiedeva di andare fuori a respirare. Non ho potuto fare a meno di immaginare quale fosse la sua ansia da prestazione in quel momento. Quanto si potesse sentire deluso all’idea di non farcela. Forse stava solo tentando di mostrare la sua debolezza,.A me … e a se stesso. In una cultura in cui questo non è permesso. Ecco la pericolosità del perfezionismo come stile di vita: il perfezionamento delle proprie imperfezioni. E quando lo interiorizzi, ti è piu’ facile accettare una etichetta (sono un DSA) che giustifica le tue imperfezioni, (come se le imperfezioni avessero bisogno di giustifica) ma che ti lascia vivere finalmente in pace. Ma quanto spreco ha fatto questo giovane uomo della sua vita? Questo è un mondo in cui ogni imperfezione aumenta il bisogno di essere perfetti, altrimenti sei un fallito. In un ciclo autolesionistico!
Ci è difficile quindi vedere in una crisi lo spiraglio di un’opportunità o il segno che abbiamo bisogno di evolvere e cambiare.
Chi rompe paga e i cocci sono i suoi…è un proverbio toscano, che seppure poco veritiero, ci induce a pensare che se prendiamo un oggetto e lo rompiamo, dobbiamo pagare il danno, e poi potremo tenere per noi i resti di quell’oggetto ormai rotto. E che ce ne facciamo di questi cocci? Cerchiamo di ricostruire quell’oggetto. Usiamo colla trasparente per tentare di ricostruirlo cosi come era. Apparentemente perfetto. In modo che non si veda. Ma lo sappiamo che non durerà. Una cosa rotta non potrà più tornare davvero come prima. E allora cosa si fa? La si butta via. Lo si butta via e si ricompra. No!? La vita però non si può gettare via, né ricomprare. Un evento traumatico, è una porcellana rotta. E i suoi cocci sono pure furbissimi. E sono tutti uguali. E uno crede di aver raccolto e di avere in mano i suoi cocci. Quelli per cui ha pagato. Invece ha in mano i cocci di chissàchi.
Perciò ci sentiamo costretti a rimanere intrappolati in relazioni che non esistono piu’; su un esame universitario per anni; Incapaci di godere del normale piacere erotico; sotto il potere di sostanze naturali o artificiali che ci intossicano e ci consumano giorno dopo giorno; Incapaci di riprendere una via. Goffi nel tentativo di nascondere il danno, perché….”cosa diranno di me”. Teneri, nel tentativo di attaccare con lo sputo pezzi che non combaceranno mai… questi cazzo di cocci… Alla meglio, va di moda l’accettare, con un amaro gusto di sconfitta in bocca e un sorriso falso sulle labbra.
Ma noi siamo esseri umani. Neotenici. Capaci di adattamentocreativo. Vuol dire che fa parte del nostro istinto non arrenderci alle difficoltà, ma superarle. E se cadiamo o falliamo, abbiamo le capacità e la forza di rialzarci ed elaborare nuove soluzioni. È allora che la filosofia giapponese del kintsugi viene in nostro aiuto:
“l’obiettivo non è solo quello di sistemare l’oggetto, ma di dargli anche una nuova vita e un nuovo aspetto, valorizzandone le crepe, invece di nasconderle. Dolci cicatrici, come fiumi d’oro, lo attraversano, regalando alla vista una nuova armonia.”
Il concetto di fondo è importantissimo: ciò che è rotto non è perduto, ma può rinascere, con nuova forma e con la forza dalle sue imperfezioni. Diventando così qualcosa di molto più bello.
Le nostre cicatrici non sono più difetti, ma sono l’inchiostro con cui è stato scritto il nostro passato. Raccontano la nostra storia che, per quanto dolorosa, è parte di noi. Siamo noi. I sopravvissuti. Le esperienze difficili che abbiamo affrontato non ci hanno solo “danneggiato”, ma anche rafforzato e fatto crescere. Vasco rossi diceva:
Noi siamo i soliti, quelli così
Siamo i difficili, fatti così
Noi siamo quelli delle illusioni, delle grandi passioni
Noi siamo quelli che vedete qui
Abbiamo frequentato delle pericolose abitudini
E siamo vivi quasi per miracolo, grazie agli interruttori
Noi siamo liberi, liberi, liberi di volare
Siamo liberi, liberi, liberi di sbagliare
Siamo liberi, liberi, liberi di sognare
Siamo liberi, liberi di ricominciare
E dunque, coli tra i nostri cocci lo stimolo a reagire, la fiducia in noi stessi, la consapevolezza di cio’ che siamo in grado di fare, anche dopo un fallimento. Circoli nelle nostre vene l’oro della creatività e dell’empatia verso se’ e verso gli altri, per superare definitivamente la sclerosi da giudizio.
Valeria Carofiglio
tirocinante di psicologia clinica
presso lo studio burdi

Schiena
SCHIENA
A schiena nuda
contro pareti di chiese sconsacrate.
Negli occhi frammenti e colori dei rosoni gotici.
Ti prego stringimi nello scialle caldo
del tuo conforto.
Cadono le preghiere al traguardo degli autunni
passati ad aspettarti
Ti prego dissetami dalla fonte di verità
portandomi alla bocca
il calice malfermo di Bacco.
1i prego legami
i pensieri di libertà che mi hanno portato qui
credendo di lottare
nel silenzio del mio
bug genetico.
katiuscha nazzarini

L’ Assente
L’ Assente
Ci sono padri che lavorano soltanto e figli affannati che supplicano e sono continuamente in attesa della loro presenza. Dall’ entusiasmo iniziale di avere il padre come un proprio eroe, al rammarico che non ci sia, alla disperazione che la condizione non potrà mai cambiare, in termini di tempi di condivisione e di presenza, alla rassegnazione abbandonica in cui il bambino inizia a credere che dovrà cavarsela da solo, pur non sapendo come fare.
Si dà avvio ad una condizione di adultizzazione del bambino con il conseguente salto della sua infanzia.
Il bambino farà tutto da solo, vedrà la nascita del monologo e del soliloquio, parlerà con se stesso, si farà domande, si darà risposte, avvierà soliloqui interminabili con se stesso, privi di riscontri con la realtà, intrisi di elaborazioni de realizzanti, riconoscerà come padre il proprio pensiero, in braccio alle proprie inconcludenze, imparerà a non guardare il padre in faccia, a guardare le proprie elaborazioni.
Soliloqui, monologhi, fantasie, mediazioni, concentrazione sul proprio mondo interiore, sullo studio, permetteranno alla sua mente di divenire la propria casa ideale, l’ alcova, il luogo incantato dove rifugiarsi e incontrarsi il suo mondo migliore, dove iniziare a sperimentare le sue prime intrusioni. Vivrà le invadenze e le delusioni esterne come disturbanti del suo mondo interiore fantastico, loro diventeranno pensieri intrusivi e paranoici, difformi ai propri pensieri.
Questo rappresenta l’ esordio di una relazione autistica tra il proprio pensiero e il mondo. L’ assenza, è la radice abbandonica, che accompagnerà il figlio per la sua vita. Il figlio dimenticherà e disconoscerà il padre ma lo cercherà in tante altre figure sostitutive ed alternative senza che lui lo sappia riconoscere o senza che lui se ne accorga.
Le Carezze, i giochi, le conversazioni, i baci, tutti i perché senza le risposte del padre eroe, come mito dell’ adulto che non c’è, svuotano il bambino, che non potrà essere ascoltato e non potrà parlare. Un padre che non prende in braccio il proprio figlio, non lo potrà mai farlo sentire un futuro eroe, non potrà curare la propria insicurezza col pilastro dell’ essere adulti.
“Ma papà lavori sempre, per me non ci sei mai ? “ . Un figlio, che affermi questo, viene posto di fronte alla propria impotenza di non poter ricevere mai un riscontro e desolato, dovrà, adattarsi al suo essere invisibile al quale rassegnarsi.
Un padre ammalato della sua assenza, tirerà su un figlio accudente che si prenderà cura di lui. Quando il figlio diventerà padre, sarà ciò che ha imparato, da assente si farà curare dal figlio, bastone della sua vecchiaia, si prenderà cura del padre come il bambino che non è mai stato. Si darà via a quel giro vizioso automatico generazionale senza fine. Nessuno vive, ma ognuno si prende cura non di se, ma sempre di quslcun’ altro. Si avviano generazioni di infelici, di soli ed isolati , perché l’ isolamento altro non è che il ri perpetuare dell’assenza.
Bisogna rinunciare ad avere figli, se figli non si è mai stati. Nello stesso senso, chi dichiara di non desiderare avere figli, dichiara di avuto pessimi genitori. Chi non desidera ricevere figli, è fondamentalmente impaurito dall’ idea di rivedere in loro la propria infanzia svuotata del padre.
Flotte di genitori assenti generano generazioni in guerra e in conflitto, generazioni di bellicosi, insoddisfatti, generazioni di soldati, in lotta, a difesa del proprio ruolo e della propria identità. Un figlio non amato, con conosce la presenza, non sa cosa possa mai essere l’ amore, diviene specialista in anafettività, trasparenza, rabbia, indifferenza ed odio.
L’ origine delle guerre e del desiderio di morte è da attribuirlo al processo complesso delle assenze. Chi fa guerra, non vede il prossimo, non ti riconosce, non è toccato nella sua umanità, perché non toccato e pertanto respinto dall’ umanità del genitore; chi fa guerra non in è grado di riconoscere l’ altro in se stesso, possiede uno specchio frantumato di se, perché dall’ altra parte c’ è un genitore frantumato. Il vuoto dell’ assenza è il vuoto dell’ umanità.
Quando incontri un partner, reduce dell’ assenza genitoriale, vivi la frustrazione delle assenze subite, ti da pagare e riempire tutti i suoi vuoti subiti, non gli basti mai gli manchi sempre, anche quando ci sei, ne avverte il vuoto sempre. In realtà gli manca ciò che non c’è mai stato nel passato, e l’ assenza abbandonica attuale, altro non è se non la punta dell’ iceberg. Manca sempre un assente primario, eccellente, una matrice fondamentale. Tanto più grande è l’ assenza di una figura genitoriale, tanta più avrà una importanza privilegiata una minima assenza di oggi.
Chi è costretto a fare da genitore al proprio, intossica il suo ruolo, si immette su una corsia preferenziale futura, ovvero cercare un partner che fosse un figlio da accudire. La vita diviene una immolazione sfiancante, una malattia.
Una lettera scritta ad un padre o ad un partner, rappresenta quella sfida per mappare la propria storia relazionale, per poter ripercorrere la storia del proprio sacrificio. Serve a delineare tutto ciò che mai si è potuto scegliere, per svelare quella sacra consapevolezza che la vita, oggi, potrà ancora essere scelta, spaccando quelle patologiche catene di obblighi e di ruoli inadeguati non più opportuni nel presente.
Un serio ed assiduo lavoro analitico, correlato ai suoi strumenti di lavoro, come una psicoterapia individuale, una gruppo analitica, la lettera analitica, i rispecchiamenti, i de condizionamenti, gli psicodrammi, ect ect, hanno il compito di esaltare la consapevolezza, per accellerare le risposte e i cambiamenti, chiarire i ruoli e i modelli di riferimento, servono a spezzare quella circolarità viziosa generazionale, che passa la malattia, come un un testimone da genitori a figli, fissando proprie attitudini, propri talenti ed obiettivi per tornare alla propria progettualità e protagonismo.
Tutto ciò non è affatto facile, è molto complesso, ma non impossibile, non ci sono miracoli da compiere, specialmente se ci sono interruzioni del trattamento, quando a lavoraci resta solo lo psicoterapeuta, bisogna volerlo, con grinta ed audacia, abbattendo la flemma e gli automatismi, con tenacia e continuità terapeutica, si riesce a realizzare il ritorno alla salute e la propria metamorfosi, perché si fanno i conti con gli stili di vita, con le rigidi abitudini e le sedimentazioni dei ruoli indossati errati, per scollare di dosso tutto ciò che non è proprio, si ritorna alla salute del proprio protagonismo.
giorgio burdi
Continua
Il Rigetto
Il rigetto
Chi non ha sperimentato esperienze predatorie? Siano esse nelle relazioni amicali, parentali, amorose o affettive in genere. Siano esse più’ o meno traumatiche.
Non ci siamo saputi difendere. I nostri confini sono stati violati. Quei confini che ci definiscono e ci distinguono dagli altri. Il perimetro della nostra essenza, della nostra dignità, del nostro valore. Ma che sono anche un filtro, una membrana, una lente attraverso la quale guardiamo l’esterno. Una membrana che può’ essere più’ o meno porosa, una lente che può’ essere più o meno aberrante, ma che comunque interviene come una cornice di senso sulla nostra capacità di accogliere, elaborare e catalogare quello che ci giunge dall’esterno, il corpo estraneo.
Spesso noi stessi non conosciamo quei confini. E d’improvviso diventiamo testimoni di una reazione cicatriziale interna alla nostra anima, un sieroma infinito, nei confronti di quel corpo estraneo, di quell’atto “violento”, di quel ”altro da noi” che continuiamo ad accogliere. E’ la nostra anima, la nostra essenza, che cerca di isolare questa struttura disconosciuta, di rigettarla.. Ma a volte la membrana è troppo sottile, è carta velina bagnata. E il rigetto non avviene: Il confine manca.
Curare l’anima passa attraverso la costruzione dei nostri confini, per definire chi siamo e in cosa siamo diversi. Per dire “no” a ciò che non siamo. E “si” a cio’ che siamo. Ricostruire l’anima passa attraverso lo stabilire che li’, oltre quella soglia, non si può andare. Nessuno può’ farlo. L’individuazione del nostro punto di rottura, poi, ci protegge dai corpi estranei. Il punto di rottura corrisponde a quello che Giorgio Burdi chiamerebbe il “nostro Numero Uno”, che grida e dice “basta è finita!”. Il più delle volte questo grido non supera il volume delle nostre fragilità. È solo un eco… e ci sembra che tutto ciò che facciamo siano solo azioni automatiche. Diveniamo spettatori delle nostre reazioni e il mondo esterno non sembra reale. Qui la nostra essenza si disintegra. Quello che credevamo di essere viene sgretolato dai nostri comportamenti dissonanti, che sono spinti dal solo bisogno di affetto, di essere visti…E arriviamo ad odiarci, perché nonostante tutto siamo li. Quel “nonostante tutto” pesa tantissimo, ma non è sufficiente a farci fuggire.
E allora, rimbocchiamoci le maniche. Risoluti. Cosa dovrebbe succedere per dire “Basta!!!”? Uniamo le nostre fragilità a sostegno della definizione del nostro confine. Perché se non abbiamo chiare anche le nostre fragilità, se non le accogliamo, faremo sempre vincere il dolore. Non ci sarà mai una rivolta. Non sarà mai il numero Uno a guidare le nostre scelte. Decidiamolo ora qual’e’ il punto di rottura. E non importa se oggi il nostro cuore non sa sostenerlo. Ma da oggi in poi lavoreremo per sostenerlo, e forse non saremo neanche costretti ad arrivarci al nostro punto di rottura: Se lo abbiamo chiaro in mente, abbiamo anche gli allarmi di quando ci stiamo per arrivare.
…e finalmente, immaginando come ci sentiremo oltre quel punto, sentiremo che quella sensazione li’ non è una sensazione che non sappiamo sostenere. Finalmente vibriamo solidi. Le nostre decisioni sono perloppiù irrevocabili. La nostra visione va via in un istante!
valeria carofiglio
Continua
Fallisci
Fallisci
Ci sono fasi della vita che attraversiamo tutti in cui ci sembra di fallire, ripetutamente.
In cui non troviamo la nostra via e ci sentiamo persi, soli. Vediamo solo buio intorno e non sappiamo come uscirne, come fare luce attorno a noi.
Cerchiamo di farci spazio tra le ombre dei nostri interrogativi, ma così come il buio non equivale a non luogo, il fallimento non è assenza di azioni.
Essere umani significa fallire. Questa semplice verità può essere difficile da accettare, soprattutto in un mondo che spesso celebra solo il successo e la perfezione. Che celebra il traguardo, il prodotto finito e decorato, impacchettato e pronto per essere mostrato. Una società che mostra il risultato, ma non la produzione.
Siamo continuamente bombardati dai successi di altri, un 30 e lode celebrato e festeggiato senza mostrarne il percorso, offuscando e nascondendo i tentativi, i pianti, i momenti di down.
La nuova auto comprata da un nostro collega, lucidata e parcheggiata accanto alla nostra, ma non vediamo i mutui, i momenti di risparmio, le indecisioni, gli straordinari ore tolte al divertimento e al tempo con i figli.
Vediamo la spontaneità e capacità del dottore nel condurre i gruppi, senza soffermarci sugli anni spesi di studio, tirocini, esami.
Abbiamo la possibilità di vedere solo un attimo, un momento di tutto il percorso che ognuno di noi attraversa nella vita.
Diventa quindi necessario, se non indispensabile, mostrare anche il percorso a volte, proprio per rendere più reale tutto quello che abbiamo attorno.
Ma cosa succede quando ci troviamo di fronte al fallimento, quando tutto sembra sbagliato e le nostre speranze svaniscono nell’abisso della delusione?
Il fallimento, per quanto doloroso possa sembrare, è una tappa indispensabile lungo il cammino e il conseguimento dei nostri obiettivi.
È proprio attraverso i fallimenti e i tentativi che impariamo le lezioni più preziose, che superiamo i nostri limiti e rafforziamo la nostra determinazione. Ogni errore, ogni passo falso, è un’opportunità per crescere, per diventare più forti, più saggi, più resilienti. Per progredire.
Spesso ci lasciamo sopraffare dalla sensazione di fallire, ci sentiamo impotenti, inadeguati, persi. Ma è proprio in quei momenti di buio che dobbiamo cercare la luce della speranza, della fiducia in noi stessi.
Il fallimento non è la fine del viaggio, ma semplicemente una curva sulla strada che stiamo percorrendo. È il segno che stiamo provando, che stiamo lottando per realizzare i nostri sogni.
È necessario perciò non temere il fallimento, non lasciare che ci blocchi. Ma accoglierlo come un compagno di viaggio, come un maestro che guida lungo il sentiero della crescita personale. Bisogna abbracciare i nostri errori e imparare da essi, per continuare a spingerci oltre i nostri limiti.
Il fallimento non è negativo, ma una parte essenziale della vita. È attraverso le sfide e le sconfitte che possiamo davvero apprezzare il gusto della vittoria, della realizzazione di sé stessi. È necessario quindi non arrendersi, non smettere di provare, di fallire. Perché ogni fallimento ti avvicina un passo in più al successo, alla felicità, alla realizzazione.
Fallisci più che puoi.
Benedetta Racanelli
tirocinante di Psicologia
presso lo Studio BURDI

Fame di Vita
La vita, si sa, è un percorso intricato straordinario. Vi è chi, forse mosso da una maggior consapevolezza o spinto da un’inspiegabile esuberanza, è in grado di vivere anche i momenti più
critici come vere e proprie occasioni di crescita personale; sfide colte come tramite di
conoscenza di sé, strumenti necessari per l’attualizzazione delle proprie risorse, ma anche per consolidare le basi in ottica di una prospettiva futura di gioia, quasi si trattasse di un azzardo verso la felicità.
Una promessa presente di riscatto e sicura prosperità. Si tratta di persone che
vivono l’esistenza nella sua pienezza, nelle sue asperità più crude, nelle sue vivaci contraddizioni e nei suoi estremi, talvolta pungenti, senza precludersi alcunché, senza decretare giudizi di valore troppo occludenti su ciò che capita nel loro personalissimo vissuto.
Quel che colpisce di questa attitudine famelica rispetto la vita sono la forza, la costanza, la
perseveranza di nell’affrontare i disagi e le sofferenze, come a farsi indole personale di tenacia, urlo di resistenza attiva e motivo di stupore per chi ritiene quelle medesime condizioni inaccettabili.
Cosa c’è di diverso, dunque, in coloro che fanno di questa felice ribellione uno stato d’animo prevalente nel fronteggiare le sfide della loro esistenza? Cosa celaquell’ inesauribile energia vitale, quell’attaccamento alla vita tanto ostinato quanto invidiato?
Ogni persona ha la propria storia, un vissuto originale che intesse la trama di espedienti, ricordi e carico emozionale irripetibile. A determinare una differenza sostanziale in un tipo di approccio positivo alla vita è quella capacità, apparentemente ignorata e schernita dai più, frutto di un lavoro incessante con se stessi: la volontà di saper accettare con gratitudine tutto ciò che si presenta, al di là del bene e del male, con una vena di dolcezza e compassione quali antidoto emotivo alle avversità.
Sperimentare personalmente il naufragio di ogni opposizione rispetto gli imprevisti dolorosi che riserva la quotidianità provoca un cambio di prospettiva radicale; si gode delle piccole cose e ci si abbonda con sano ottimismo alle sorprese della vita, rinnegando con convinzione la percezione di sé come vittime inermi dinanzi la tempesta.
Si balla perfino sotta la pioggia battente: un bell’esercizio di fiducia, una lotta contro la staticità di un percorso che sembra
prestabilito ma che vede nel nostro divenire protagonisti, un’azione irrinunciabile. Un inno, un impulso essenziale vigoroso.
Aver fame di vita, brillare di luce propria in modo intenso equivale anche a dare un significato reale ai proprie sentimenti, inglobare ogni tipo di emozione, senza timore di vivere la paura, attraversarla invece, coglierla nel profondo delle sue tenebre.
Potrà sembrare paradossale, ma dietro ad essa si nasconde un’immensa voglia di vivere. Spesso l’ansia, così come altri disturbipsicologici, appaiono esclusivamente come sintomi negativi di un malessere psichico insondabile;
ciò che rivelano, in realtà, è proprio questa pulsione vitale, tanto potente da spaventarci,
difficilmente gestibile ma fonte primaria ed autentica di felicità.
La nostra mente lavora così per scuoterci dalle fondamenta, per risvegliarci alle vibrazioni della vita, con l’intendo fondamentale di farci comprendere che stiamo escludendo dalla nostra esistenza qualcosa di cui abbiamo assolutamente bisogno. La necessità inespressa di un desiderio represso, una sessualità insoddisfacente, sentimenti che non trovano una sana manifestazione, voglia di libertà, modi particolari di essere, obiettivi non raggiunti, e altro ancora.
Trasgredire dinanzi a chi tenta di manipolare le nostre scelte o sradicare ogni tentativo di
autosabotaggio: accettarsi e compiacersi di ogni limite, nell’ottica curativa di apporre
cambiamenti reali nella nostra vita. Prenderne in mano le redini, sfoggiare il sorriso più bello solo perché grati di poter provare e sentire sulla pelle, nella mente, quell’insensata voglia di vita che tutto comprende. Quella fame che altro non è che appetito e riconoscenza per la vita, per noi stessi. Per la cura,
Sintesi a cura di Maria Arancio
Tirocinante di Psicologia Clinica
presso STUDIO BURDI

Stare Solo È Un Dono Da Apprezzare
Non mi senti, anche se urlo.
Ti ripeto da troppo tempo che ho bisogno di te, ho bisogno delle tue attenzioni.
Nel tempo ti ho mandato troppi segnali e sinceramente non capisco come sia possibile che non ti accorgi che ho bisogno che tu volga lo sguardo verso di me.
Inizio a pensare che tu non creda in me, forse credi che io non esista.
Ma davvero pensi di essere solamente tu e i tuoi pensieri superficiali?
Davvero credi che i tuoi amici e le persone che ti circondano, siano tutto il tuo mondo?
Ora, io conosco qual é la tua paura più grande… hai paura di sentirti solo.
Da quanto tempo ti sto chiamando!? In ogni modo. Ogni segnale che il tuo corpo ti ha mandato, beh, ero io che ti tendevo una mano per chiamarti.
Non sei solo. Io sono con te in ogni momento. La solitudine, come tu la intendi, non esiste, perché sentirsi soli ed Essere soli, non sono la stessa cosa. Se sei solo e ti senti solo vuol dire che non credi che io esista.
Io sono te e tu sei me. Io vivo dentro di te, per questo non potrai mai sentirti solo. Dovrai solo imparare a conoscermi e imparare a metterti in contatto con me. Quando lo farai, comprenderai la grandezza che c’è dietro il sapere che non c’è nessuno al mondo che potrà farti sentire completo e incondizionatamente amato come me.
Sai chi sono? Sai come trovarmi? Sono il tuo IO superiore e la solitudine è la mia casa, solo li potrai trovarmi.
Io conosco tutte le leggi che regolano il mondo e l’universo, Io sono l’universo e tu puoi attingere a questo sapere, solo se ti rivolgi a me.
Depressione, malattie croniche, rabbia, herpes, frustrazione, ossessione, dipendenza, tumore, le chiami malattie, ma non lo sono. È il mio unico modo per chiamarti quando volgi il tuo sguardo a cose che con la loro superficialità ti fanno perdere per strade che ti portano lontano dal tuo destino, che solo io posso conoscere.
Il tuo destino è di Essere e l’unica strada che ti ci potrà portare è imparare ad avere fede in me.
fulvio leandro
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Ghosting
Ghosting
Sparire dall’ l’altro, Fuggire da sé.
Lo scenario in cui viviamo, dominato da una profondo senso di inquietudine, assenza di punti fermi ed equilibri precari, sembra convalidarsi anche a livello interpersonale con altrettanta veemenza: la nostra è l’epoca delle relazioni “mordi e fuggi”: tormentate, irrisolte, fugaci, alimentano un vuoto esistenziale tanto radicato quanto evidente.
Legami affettivi inconsistenti fanno di partner che appaiono e scompaiono una modalità comportamentale più che mai frequente. Seduttori che conquistano e abbandonano ripetutamente; uomini che cercano, si concedono e poi si dileguano rapidamente e con presunta facilità.
Questo atteggiamento viene definito Ghosting e correla una serie di problematiche legate ad aspetti di insicurezza, egocentrismo, scarsa empatia ed immaturità.
Il Ghosting è una modalità in prevalenza che si traduce nell’incapacità di stringere rapporti significativi con il prossimo: nella brusca sparizione, nell’irruente dualismo presenza-assenza, emerge quel “NO, non sei tu la mia casa”. Non mi assumo la responsabilità di stringermi affettivamente a te, di conoscerti approfonditamente. NON permetto di insinuarti nella mia vita.
Il fenomeno comportamentale, che distingue un ‘carnefice’ narcisista ed anaffettivo ed una ‘vittima’ umiliata, dipendente emotivamente, lascia intravedere tutte le sfumature psicologiche di una fragile ricerca personale volta ad un inverosimile desiderio di appartenenza, che non trova mai sano nutrimento. Relazioni strumentali fungono spesso da compensazione dinanzi un’esplorazione identitaria che spaventa e da cui si fugge.
Il Ghosting è letteralmente il diventare fantasmi, sparire da un giorno all’altro inaspettatamente, interrompendo ogni forma di comunicazione senza lasciare alcuna motivazione, sulla scia di un’incredula indifferenza. Questo accade anche nel momento in cui, apparentemente, la conoscenza appare in evoluzione.
Per comprende a fondo la dinamica del Ghosting, basterebbe osservare da vicino le caratteristiche psicologiche delle ‘prede’ che subiscono il doloroso abbondono:
1) un soggetto tipo è colui che nelle relazioni tipicamente si nasconde: per timore di perdere il prediletto, evita di mostrarsi. Occultandosi, l’altro avrà l’impressione di interfacciarsi con qualcuno assente, lontano e impalpabile. Pertanto il partner non faticherà ad andare via, scomparendo;
2) diametralmente opposta ma altrettanto vittima, è colei che si sveste di ogni amor proprio per disperdersi in un eccesso di disincantata spontaneità, ingenuità, fiducia e generosità. La facile conquista avverrà tramite parole ammalianti, volte a far breccia su aspirazioni amorose non corrisposte. Il triste epilogo, anche in questo caso, culminerà con la tragica e improvvisa scomparsa dell’adorato: il piacere di una seduzione fine a se stessa, finalizzata al sesso, priva di un reale intento di relazione.
3) altra dinamica disfunzionale, altro ghosting facilitato: quando si cerca di trattenere chi non ricambia i nostri sentimenti, e ci resta vicino solo per dovere. Questo genere di responsabilità obbligata, spoglia di effettivo desiderio, si estinguerà nelle medesime modalità sopra descritte, piegando la vittima ad un languido e marcato senso di colpa e solitudine.
Una casistica, dunque, ampia e variegata quella in esame, in cui il fattor comune risiede nell’insana propensione a giudicarsi meritevoli del trattamento subito. Si avviano così, attraverso mille interrogativi auto recriminanti, manifestazioni ruminative di auto-rimprovero, rimorso o rammarico, fino addirittura a dolorose forme di auto-punizione: cosa ho di sbagliato, e cosa ho sbagliato? Perché è scomparso? Come avrei potuto conquistare davvero l’amato?
La descrizione dell’atteggiamento che assumiamo quando subiamo l’abbondono non deve tralasciare, tuttavia, le intenzioni del partner che fa Ghosting, un’anima inquieta che suo girovagare opportunista sta cercando dimora. Un porto sicuro a cui sente di voler approdare, come presunta soluzione ai suoi implacabili tormenti interiori. Una ricerca insaziabile, destinata pertanto al fallimento.
In sostanza, il fantasma del ghosting fa della fuga una forma di rifiuto decisa. Nel brusco dileguarsi si rigetta la proposta di una relazione invivibile, il non aver trovato la propria casa. Per chi ne è succube, invece, la rinuncia è spesso inaccettabile; il rifiuto accompagna generalmente il giudizio negativo di chi si sottrae all’impegno, come per preservare il proprio dolore.
Difronte il vissuto traumatico del Ghosting, è importante un lavoro terapeutico volto all’accettazione: comprendere di non potersi imporre come casa al prossimo, scrutare da vicino la propria sete d’amore, indagare le motivazioni profonde di chi sceglie di indossare la forma evanescente di un fantasma irrisolto, smascherarsi coraggiosamente
Sintesi a cura di Maria Arancio
Tirocinante di Psicologia Clinica presso STudio BURDI