
IL BLOCCO EMOTIVO
Il taglio emotivo è un meccanismo che le persone usano per ridurre l’ansia causata da problemi irrisolti con genitori, fratelli o altri membri della famiglia.
In pratica, per evitare di affrontare questioni molto delicate, le persone lasciano le loro case e raramente ritornano; se sono costrette a rimanere in contatto con le loro famiglie d’origine oppure sono più disposte a deviare la conversazione su questioni banali. Il taglio emotivo ridurrà l’ansia, ma le questioni irrisolte distruggeranno inevitabilmente altre relazioni, specialmente durante i periodi di stress.
Murray Bowen è uno psichiatra e psicoterapeuta americano considerato uno dei pionieri della moderna terapia familiare. Nel pensiero di Murray Bowen, l’elemento principale della psicoterapia è la capacità di differenziare e cambiare i modelli di comportamento. Il processo di differenziazione accompagna la nostra crescita nella famiglia e nella società.
Secondo Murray Bowen, c’è una massa indifferenziata del sé familiare, che è una forma di attaccamento familiare, un legame emotivo che esiste nella rete familiare fra le varie generazioni ed è presente in ogni individuo. Lo scopo principale della psicoterapia è quello di aiutare le persone a distinguersi da questo gruppo familiare. Un sé familiare indifferenziato può operare in modo tale che la normale intimità tra i diversi membri diventi eccessivamente stretta, o può operare in modo tale che ci sia ostilità e rifiuto tra i membri della famiglia. Fondamentalmente, secondo Murray Bowen, ognuno di noi tratta gli altri secondo il modo in cui siamo stati trattati nella nostra famiglia d’origine.
L’autore definisce il processo di differenziazione come un processo in cui ogni membro della famiglia non è influenzato dalla pressione emotiva della famiglia per esprimere se stesso e i suoi pensieri e credenze. Lungo il continuum della scala di Bowen troviamo da un minimo di differenziazione a 0 fino ad un massimo di 100 con una categorizzazione in 4 gruppi. I primi due gruppi sono caratterizzati da funzioni emotive più forti e da un’alta reattività, e i loro modelli decisionali sono basati interamente sulle emozioni e sui sentimenti. Man mano che il livello della scala aumenta, troviamo che le funzioni delle persone sono più equilibrate.
Se immaginiamo il senso di appartenenza e il senso di separazione come due aspetti della stessa scala, possiamo dire che coloro che sono stati a lungo nella posizione di figli sono quelli che non possono far fronte al pesante farde
llo del senso di appartenenza (e delle aspettative). D’altra parte, coloro che hanno messo una distanza emotiva, e spesso fisica, tra loro e i loro legami familiari sono nella situazione opposta. La principale manifestazione di questo taglio emotivo è la negazione delle relazioni strette con i genitori e delle relazioni di attaccamento irrisolte. In questi casi, la bilancia pende dalla parte della separazione, che è ben lungi dall’essere considerata parte del processo di auto-differenziazione, ma una vera e propria rottura del processo di appartenenza, prematura e traumatica.
Il risultato è la mancanza di modelli a cui appartenere e dai quali separarsi; non potendosi differenziare – come ci si separa da qualcosa alla quale non si appartiene? – si è costretti a una pseudoindividuazione, cioè a un’indipendenza fittizia, in cui il vuoto relazionale spinge alla ricerca di legami compensatori, tanto necessari quanto temuti; il taglio emotivo verrà però nuovamente utilizzato per controllare il proprio coinvolgimento emotivo nella relazione con il partner.
—– ESPAGNOL ——-
El corte emocional es un mecanismo que la gente utiliza para reducir la ansiedad causada por problemas no resueltos con los padres, hermanos u otros miembros de la familia. En la práctica, para evitar tratar temas muy delicados, las personas abandonan sus hogares y rara vez regresan; si se ven obligadas a permanecer en contacto con sus familias de origen, están más dispuestas a callar o a desviar la conversación hacia asuntos triviales. El corte emocional reducirá la ansiedad, pero los problemas no resueltos destruirán inevitablemente otras relaciones, especialmente en momentos de estrés.
Murray Bowen es un psiquiatra y psicoterapeuta estadounidense considerado uno de los pioneros de la terapia familiar moderna. En el pensamiento de Murray Bowen, el elemento principal de la psicoterapia es la capacidad de diferenciar y cambiar patrones de comportamiento. El proceso de diferenciación acompaña nuestro crecimiento en la familia y en la sociedad.
Según Murray Bowen, existe una masa indiferenciada del yo familiar, que es una forma de apego familiar, un vínculo emocional que existe en la red familiar entre generaciones y que está presente en cada individuo. El objetivo principal de la psicoterapia es ayudar a las personas a distinguirse de este grupo familiar. Un yo familiar indiferenciado puede funcionar de tal manera que la intimidad normal entre los diferentes miembros se vuelva demasiado estrecha, o puede funcionar de tal manera que haya hostilidad y rechazo entre los miembros de la familia. Básicamente, según Murray Bowen, cada uno de nosotros trata a los demás según la forma en que fuimos tratados en nuestra familia de origen.
El autor define el proceso de diferenciación como un proceso en el que cada miembro de la familia no está influenciado por la presión emocional de la familia para expresarse y expresar sus pensamientos y creencias. A lo largo del continuo de la escala de Bowen encontramos desde un mínimo de diferenciación en 0 hasta un máximo de 100 con una categorización en 4 grupos. Los dos primeros grupos se caracterizan por tener funciones emocionales más fuertes y una alta reactividad, y sus patrones de toma de decisiones se basan totalmente en las emociones y los sentimientos. A medida que aumenta el nivel de la escala, comprobamos que las funciones de las personas están más equilibradas.
Si imaginamos el sentido de pertenencia y el sentido de separación como dos aspectos de una misma balanza, podemos decir que los que llevan mucho tiempo en la posición de hijos son los que no pueden soportar la pesada carga del sentido de pertenencia (y las expectativas). Por otro lado, quienes han puesto una distancia emocional, y a menudo física, entre ellos y sus vínculos familiares se encuentran en la situación opuesta. La principal manifestación de este “corte emocional” (Bowen, 1979; Andolfi, 2003) es la negación de las relaciones estrechas con los padres y las relaciones de apego no resueltas. En estos casos, la balanza se inclina del lado de la separación, que está lejos de considerarse parte del proceso de autodiferenciación, sino una verdadera ruptura del proceso de pertenencia, prematura y traumática.
El resultado es la falta de modelos a los que pertenecer y de los que separarse; no poder diferenciar -¿cómo puede uno separarse de algo a lo que no pertenece? – uno se ve forzado a una pseudoindividuación, es decir, a una independencia ficticia, en la que el vacío relacional le empuja a buscar lazos compensatorios, tan necesarios como temidos; el corte emocional será, sin embargo, utilizado de nuevo para controlar la propia implicación emocional en la relación con la pareja.
Maria Luz Romero
Laurenda in Psicologia Clinica Universidad De Murcia Espana Tirocinante Erasmus presso lo
Studio BURDI
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Il “peso” di certe relazioni
Il “peso” di certe relazioni
Due immagini apparentemente opposte,ma con una cosa in comune: L’ ossessione per il cibo. Siamo soliti giudicare un corpo, senza capire che c’è tanto altro al di là del peso.
I disturbi dell’alimentazione sono al giorno d’oggi molto frequenti,si manifestano sotto forma di modificazioni del peso, che può essere eccessivo (obesità), eccessivamente ridotto (anoressia).
Questi disturbi sono un sintomo di un malessere sociale a livello dell’identità e delle relazioni affettive.
Chi soffre di questo tipo di disturbo spesso sviluppa una vera e propria ossessione nei riguardi del cibo e del peso: mangiare, non mangiare, mangiare troppo, eliminare il cibo, nascondere gli incarti, mangiare di nascosto, mangiare per tristezza, rabbia o solitudine…
Soffrire di un disturbo dell’alimentazione sconvolge la vita di una persona e ne limita le sue capacità relazionali, lavorative e sociali. Per la persona che soffre di una disturbo dell’alimentazione tutto ruota attorno al cibo e alla paura di ingrassare.
Cose che prima sembravano banali ora diventano difficili e motivo di ansia, come andare in pizzeria, pub ect. I DCA possono essere concomitanti ad altri disturbi: in particolare depressione, i disturbi d’ansia, l’abuso di alcool o di sostanze, il DOC disturbo ossessivo-compulsivo e i disturbi di personalità.
Quindi prima di giudicare, pensiamoci, c’è tanto altro al di là del peso ! C’è il peso o la leggerezza delle pseudo relazioni affettive. Se solo sapessimo i mostri, paure che hanno dentro, prima di sparare giudizi.
Regina
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Istruzioni per rendersi Felice
Istruzioni per rendersi Felici
Qualche giorno fa, gironzolando tra i reparti della Feltrinelli di Pisa, la ragazza che frequento esprime il desiderio di volermi regalare un libro.
Premetto che non sono un lettore seriale, uno di quelli che continuamente aggiorna la wishlist dei libri che leggerà, e che pertanto ci metterebbe due nanosecondi a scegliere un titolo da farsi regalare.
Decido quindi di prendermi qualche minuto per riflettere e intanto mi guardo attorno alla ricerca di qualcosa che catturi la mia attenzione. Dopo poco ci ritroviamo nel reparto di Filosofia e Psicologia ed è proprio qui che l’occhio mi cade su un nome: Paul Watzlawick.
In un attimo mi ricordo di quando, un mesetto prima, il mio terapeuta mi aveva consigliato la lettura del ben noto Pragmatica della Comunicazione ma il libro che focalizza la mia attenzione ha un titolo diverso: Istruzioni per rendersi infelici. La sinossi recita: “Nulla è più difficile da sopportare di un serie di giorni felici”.
Due minuti dopo sono fuori per le strade della Novella Tebe con il mio regalo a braccetto. Lo sapevate? Terenzio Varrone contava ben 289 definizioni di felicità e così pure Agostino.
Aristotele sosteneva che tutti gli uomini vogliono essere felici ma cercare una definizione univoca di felicità significa infilarsi in un ginepraio. E poi, si sa, la materia delle grandi creazioni è quasi sempre stata fornita, al contrario, da infelicità, disgrazie, tragedie, crimini, colpe, pericoli, follia e quindi, per quanto sia doloroso da ammettere, che cosa saremmo senza la nostra infelicità?
Anche però nel coltivare la propria infelicità, bisogna avere metodo e qui l’autore si sente di correre in soccorso di coloro che vogliono cimentarsi in questa “missione” evidenziando quanto la letteratura sia carente nel fornire indicazioni precise a riguardo e quanto, al contrario, sia sommersa da una marea di istruzioni per essere felici.
Insomma, <<tutti possono essere infelici, ma è il rendersi infelici che va imparato, e a ciò non basta sicuramente qualche sventura personale>>.
Ok, a questo punto dovrebbe apparire chiaro l’espediente narrativo basato sul paradosso adottato dall’autore. Cosa c’è di meglio di una serie di istruzioni che, l’esperienza clinica insegna, conducano inesorabilmente all’infelicità, quando, al contrario, si è alla ricerca di ripristinare il proprio equilibrio? Di un atteggiamento sano alla vita? Quanto, al pari di ciò che la terapia ci esorta a fare, può essere utile conoscere cosa scongiurare?
Watzlawick, usa tutta l’ironia e la competenza che gli deriva dall’immensa esperienza clinica per stilare un instructable di atteggiamenti che se perpetrati ci garantiranno senz’altro una enorme dose di infelicità.
In poco più di cento pagine si affrontano gli argomenti più disparati: il rapporto con sé stessi, con il passato, le insidie dietro un uso improprio del linguaggio, suggestioni, sabotaggi, paradossi, giochi, amore.
Ad esempio, se vi dicessero “prima di tutto, sii fedele a te stesso”, pensereste che quel qualcuno abbia a cuore che coltiviate la vostra personalità. Ma quali insidie si nascondono dietro un atteggiamento del genere? E se foste esortati ad essere sinceri, riconoscereste il paradosso logico che accompagna l’esortazione? E ancora, quale atteggiamento con il passato rende rovinoso il nostro presente?
La vita è un gioco? E la vita di coppia? E se sì, è un gioco a somma zero o un gioco a somma diversa da zero? Conoscete la differenza?
Questo articolo non è il contesto adatto per una disamina approfondita degli argomenti trattati ma semplicemente l’invito a leggere un buon libro.
Chi è in un percorso di terapia sa quanto il lavoro da fare possa a tratti risultare duro (ancorché necessario) ma sa anche che è per la maggior parte delle volte composto da istruzioni semplici, purché si abbia una direzione chiara su cosa praticare e su cosa evitare. Ecco, per l’appunto, molto spesso proprio su cosa evitare.
D.
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CHANGE: L’ Arte di migliorarsi
CHANGE
L’ Arte di cambiare per star bene
Uno studio recente della Duke University ha attestato che il bruco comprende di esser giunto al momento della muta, quando avverte una sorta di “fame d’aria”. Il suo corpo inizia a diventare più grosso, ma l’apparato respiratorio e, in particolar modo, la trachea non varia assolutamente di dimensione. Si è verificato che il momento del cambiamento prende avvio, così, da un sintomo fastidioso.
In parallelo, Otto Rank, negli anni venti del secolo scorso, parlò, in termini psicanalitici del trauma della nascita: la prima cosa conosciuta, dal neonato, è il dolore del mutamento, del passaggio dalla sicurezza dell’utero materno all’ostilità e alla freddezza del mondo.
Il cambiamento comporta dolore. Lo si trova inciso nella legge naturale ed intraprendere un cammino psicoterapeutico è trovarsi faccia a faccia con la propria sofferenza, perfino con la remissione di alcuni sintomi, se non con il riaffacciarsi del disturbo che ci ha spinto a chiedere aiuto allo specialista.
Curare la ferita fa male, ma il dolore non può costringerci a restare bendati a vita.
È un primo passaggio del cambiamento, su cui parecchi ciarlatani marciano, proponendo ai pazienti, nuove e miracolose cure per la completa dissoluzione delle difficoltà che li affliggono. Basta girare le strade di internet per fare esperienza delle soluzioni più disparate: dalla sicura virilità ottenuta grazie a antiche bacche indiane, alle portentose boccette di ossigeno dell’Himalaya, alla dieta anti-ansia, all’elisir di lunghezza e così via.
Ci marciano anche i dottori usciti dalla cosiddetta Università della vita che con un solo seminario sul monte Vattelappesca, per cifre esorbitanti, rimuovono dall’inconscio ogni impurità e atavica calcificazione. Ognuno è libero di cambiare continuamente terapia, ma egli stesso noterà che, a breve o lungo termine, seppur sotto un’altra luce, le cose continueranno a non cambiare. I comportamenti di “auto-sabotaggio” servono solo a dilatare i tempi di una terapia efficace e risolutiva.
La resistenza al cambiamento va vissuta e ricompresa solo nell’ottica di quello che si è acquisito durante le singole sedute di psicoterapia, non può essere altrimenti, anzi, questa breve insofferenza è l’unico riscontro tangibile che si sta procedendo verso una positiva ristrutturazione del pensiero, una strada nuova rispetto alle soluzioni provvisorie che la mente ha saputo darsi fin qui.
Bisogna scavare, assestarsi, “generare risposte emotive alternative” (come dice la terapia emozionale di Greenberg) per consolidare il processo iniziato con lo psicoterapeuta.
Accogliere il dolore del cambiamento è imparare a non arrendersi, a mettersi in gioco; è imparare a rialzarsi, a sfidare paure e timori con la pratica della semplicità, ovvero, trovando dentro di noi, la risposta ai sintomi delle varie difficoltà, siano esse ansie, fobie, problemi di coppia, tristezze, lutti o difficoltà sessuali.
Non cerchiamo in eterno ciò che ci potrebbe far rivivere. Ad ogni uomo basta vivere. Per ogni vita c’è un solo uomo.
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LE EMOZIONI SONO INTELLIGENTI: Segui il tuo flusso, il tuo numero Uno
LE EMOZIONI SONO INTELLIGENTI:
Segui il tuo flusso, il tuo numero Uno
Nel celebre libro “Intelligenza emotiva” Golemandefinisce il “flusso” (dall’inglese “Flow”) come lo stato di grazia nel quale chiunque di noi riesce a compiere attività ad alte prestazionie con il minimo sforzo.
Il flussonasce dall’incontro tra abilità proprie in un certo campo e le sfide che si presentano. Il segreto è l’equilibrato bilanciamento delle due, indovinando il giusto centro al di sopra di quel livello di impegnominimo che genera noia, e al di sotto di quella data pressione che produce solo ansiae stress.
Chi sperimenta lo stato di flussotende ad estraniarsi momentaneamente dalla realtà, immergendosi in una condizione di trance, in cui il concetto di tempo e di spazio perdono priorità e vengono distorti. Secondo Goleman agire in uno stato di flusso significa lasciare scorrere libera l’intelligenza emotiva al suo massimo stato di espressione. Il flusso è coinvolgimentototale e operativo, focus, passione, creativitàa lavoro.
La gratificazioneche ne risulta dipende dalla mansione che si sta svolgendo, naturalmente. Ciascuno di noi ha delle aree di preferenza, laddove è più facile sperimentare lo stato di flusso.
Un musicistalo avrà senz’altro provato durante un’esecuzione strumentale, uno scrittorenella composizione scritta, un pittoredurante le sue pennellate più delicate, uno sportivodurante lo svolgimento di un’attività agonistica (si parla in questo caso di trance agonistica).
Ma imparare a comprendere e a riconoscere questo stato può consentire di applicarlo a qualunque lavoro si debba compiere. Anche nel lavoro di tutti i giorniin ufficio. Ogni piccolo progresso nel campo in cui ci si vuole applicare consente infatti di innalzare la soglia di sforzo minima necessaria a continuare ad avvertire lo stato di flusso, incrementando di fatto progressivamente la propria prestazione.
Agire in stato di flusso significa ritrovare in se stessi la motivazione intrinseca, scevra di giudizi esterni o auto osservazione giudicante. E’ una percezione della realtàchiara in termini di obiettiviprefissati e di focussu come conseguirli. E’ dunque appagamento, piacere, autostima, senso di controllo.
In termini medici coincide con livelli equilibrati dei tre principali ormoni regolatori dello stato emotivo:
− Dopamina, che regola il livello di motivazione e appagamento
− Serotonina, che stimola il buon umore
− Ossitocina, che genera empatia
Il fenomeno portato alla luce da Golemannegli anni ’90 (e ampiamente studiato da numerosi psicologi cognitivi come Csíkszentmihályigià molti anni prima) fa da eco ai concetti di “Ki” o “Praan” già noti nelle religioni Zenorientali, dove la tecnica per il raggiungimento dello stato di flusso si basa sull’arte spirituale della meditazione.
Trova poi applicazione nelle discipline marziali, dove con il termine giapponese “Mushin”, o l’equivalente cinese “Wuxin”, si fa riferimento ad un particolare stato mentale in cui i maestri altamente addestrati in tali arti affermano di essere di in grado di entrare, prima di un combattimento.
La buona notizia è questa: anche se non siamo grandi maestri di arti marziali, artisti professionisti o sportivi agonistici, lo stato di flusso è alla portata di tutti. E’ sufficiente un piccolo sforzo iniziale, per poi lasciare il nostro puro istintolibero di divertirsi.
simone
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La Torta, simbolo di eventi e di inno alla vita.
LA TORTA
Simbolo di eventi e di inno alla vita.
Non c’è simbolo più rappresentativo di un evento, la torta, essa è un inno alla gioia, rappresenta la festa delle feste, la luce in fondo al tunnel, l’arrivo dopo la fatica, il coronamento di uno sforzo.
La torta è la bontà contro gli scempi, è la reazione alle delusioni, alle severità, è un ritorno a se stessi, alle cose proprie, al gusto della vita, è la sintonia con se stessi, è il volersi bene, il sano egoismo.
Essa è l’eros per eccellenza, è la voglia di vita contro le fatiche del quotidiano, è il bisogno di festa, è la luce della linfa che scorre, è cercarsi un trucco, un rossetto al color di sangue porpora, è una matita un vestito celestiale, è la voglia di esistere sull’ arroganza, sul dolore che talune relazioni dispensano, contro il baratto e l’ esattoria della vita.
La torta è priscio, entusiasmo, uascezza, cazzeggio, lasciarsi andare in un ballo scomposto, ma coordinato di se, la torta è il botto della festa, è l’ artificio dell’ evento.
In natura noi siamo positivi, Vitali, siamo torta, diabetici di dolcezza per la vita.
La torta è la morbidezza di una coccola, soffice come la panna, profumata di vaniglia come una stagione, con un abito di seta celeste profumato di caramelle che ondeggia al vento.
Chi fa torte non si deprime, reagisce, non soccombe è creativo, non ossessivo, è festoso, non rimugina è propositivo.
La festa è profumo inebriante,sapore,coreografia, delicatezza e bellezza come il sorriso dopo una lunga fatica, la torta è senso di positività, istinto del buono, alle antipodi del controllo, dell’ aggressività dello sforzo e di qualsiasi bruttura.
Dovremmo avere una torta in qualsiasi angolo della nostra testa, per tirar fuori quell’ allegria, quella giovialità e costruttività insita in noi, che i fatti della vita tendono a spegnere, facciamo festa sempre, una torta spesso, per esorcizzare la negatività.
giorgio burdi
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ESISTE LA NORMALITÀ ?
ESISTE LA NORMALITÀ ?
Non ci sono pazienti da curare, ma persone da riportare a se stesse.
Ognuno di noi è una sintesi continua di contraddizioni rivolte verso la crescita, tutte da considerare e nessuna da escludere. Noi ed esse siamo la stessa cosa.
Per una persona, possiamo definire il proprio stato confusionale, uno stato di norma. Pensare, affermare e dire tutto e il contrario di tutto, esprime sia una condizione irregolare che regolare.
Percepiamo ed agiamo, pensieri, sensazioni ed azioni, con inesorabili turbamenti per le diverse ambivalenze della vita e innanzitutto dettate dalle relazioni, esse andrebbero ascoltate, accolte ed accettate per poterle cambiarle.
In realtà, siamo sempre all’ interno di una danza tra affermazioni e negazioni , accettazioni e rifiuti, con negoziazioni e compromessi continui, tutto ciò accade come all’ interno di un balletto continuo mentale, tra noi e gli altri.
Ci sentiamo smarriti, in una continua contraddizione, all’ interno della nostra ed altrui ambiguità e in un costante dialogo interno tra noi e il mondo.
Paradossalmente per ovviare alla solitudine, ci consoliamo, conformandoci, conformandoci e allineandoci agli altri.
Il conformismo che alle volte accettiamo e il compromesso che facciamo con il mondo delle relazioni, rappresentano il farmaco contro la paura di sentirci soli, diversi e isolati, ragioniamo e decidiamo a vantaggio loro, con la conseguente frustrazione di rinunciare a noi stessi.
La solitudine è il vero incontro con se stessi e la sofferenza che ne comporta, rappresenta l’appuntamento con la propria unicità e originalità, alla quale non vorremmo rinunciare, la solitudine è l’unico vero luogo di ricognizione e di incontro con noi stessi.
La ricerca degli altri, come evitamento dalla propria solitudine, introduce, la necessità di conformarsi agli altri e avvia in contemporanea il desiderio di isolarsi per ritrovarsi.
Il compiacimento, il buon senso, la mediazione, il compromesso, rappresentano l’ equilibrio e l’ alienazione di se. In tale senso la normalità verrebbe rappresentata dal tentativo di equilibrio tra numero uno e numero due.
Le regole e le leggi sono direttrici di conformità, omologazione sociale e di ordinamento del rispetto delle individualità .
Evitiamo la solitudine per fuggire i nostri fantasmi, essa andrebbe attraversato oltre il suo tunnel per ritrovare la nostra luce, integrando con le nostre parti contraddittorie.
Ma in tal senso esiste un evidente contraddittorio anche in questa direzione: come può una norma omologante, promuovere l’ individualità, garantendo contemporaneamente il rispetto delle libertà e dei bisogni di tutti ?
Legiferare è molto arduo ed è una operazione molto complessa, così come è tanto più complesso mantenere la democrazia e la libertà per tutti.
È molto semplicistico schierarsi a destra o a sinistra o al centro, ci si illude di appartenere ad una coalizione per garantire la propria individualità, ma la vera promozione dell’ individualità risiede in una democrazia che garantisce il diritto ad ogni soggettività .
Una democrazia per quanto possa essere onnicomprensiva, nel senso di comprendere, esprimere e capire tutti, dovrebbe essere utopistica. Solo il lavoro verso uno sforzo ed una visione utopistica, metterebbe in condizioni di cogliere lo spirito di ogni uomo.
Ma per rispettarci, dobbiamo necessariamente essere omologati !?
La linearità e la conformazione agli altri è un atto di socializzazione che non necessariamente garantisce l’ esistenza dell’ individualità . L’uomo è un contraddittorio continuo rispetto a se e stesso e rispetto agli altri, è questo che lo rende unico, diverso e qualificato. A tale avviso, Sartre definisce l’uomo un inferno.
Pertanto dove è la normalità, se in ognuno di noi, nella nostra ambiguità e follia risiede la nostra essenza e il vero fulcro e l’ incontro con la nostra unicità ?
La normalità è il rispetto delle “follie” di tutti, non secondo una accezione psichiatrica, perché in ogni nostra follia, piaccia o no, c’è L’ UNICO, il totalmente altro, rispetto al mondo che ci circonda.
Se la follia viene considerata una patologia, solo perché siamo tutti UNICI e diversi, allora la malattia e la normalità non esiste, sono definizioni semplicistiche, obsolete e scontate, perché ciò che realmente esiste, è solo L’ UOMO.
giorgio burdi
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IL PROBLEMA È LA SOLUZIONE
IL PROBLEMA È LA SOLUZIONE.
Quando tocchi il fondo, inizia la salita.
“Poi, quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e ad uscirne vivo.
“Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato”
così recita il passo di un libro dello scrittore giapponese Haruki Murakami, ed è così che mi sento io, solo che io so come ho fatto ad attraversare la tempesta: con la psicoterapia di gruppo.
Ero in uno stato di profonda prostrazione fisica e psicologica, a causa della gravissima e improvvisa crisi del mio matrimonio, in preda ad una grande sofferenza interiore che mi logorava.
Una vita intera trascorsa con un’unica donna da quando ero solo un’adolescente, una donna che aveva scaricato su di me delle problematiche sessuali che io, per inesperienza, per insicurezze profonde e anche per scarsa autostima non ero riuscito ad affrontare e che avevo subito per anni.
Ad un tratto lei sembra averle risolte con il suo amante e, da quel momento in poi, sono stato offeso, respinto, buttato nella pattumiera, vilipeso nei miei sentimenti più profondi, lasciato in mezzo ad una strada perché ormai inutile, sentendomi ripetere come un mantra “rifatti una vita, perché io non ti voglio più!”, così, all’improvviso.
Io rifarmi una vita? Io che in vita mia non avevo mai dormito se non con lei, io che dipendevo completamente da lei, io che non avevo una mia identità al di fuori della mia famiglia.
Io che, purtroppo, continuavo ad avere quelle insicurezze che poi avevano portato al fallimento del mio matrimonio. Ero disperato, distrutto, mi vedevo solo, in preda ai miei mostri, che popolavano notti insonni, contro cui nulla potevano gli ansiolitici.
Fu così che ho deciso con coraggio di rivolgermi al dr.Burdi e alla psicoterapia, sono trasecolato quando mi è stata proposta la psicoterapia di gruppo, la ritenevo assurda, ma è stato proprio lì, nel rispecchiamento con gli altri che ho trovato la forza di andare avanti.
Speravo di salvare il mio matrimonio, non ce l’ho fatta, ma, cosa molto più importante, ho salvato me stesso. Ho guardato in faccia le mie paure, le mie insicurezze, ho creduto nel gruppo e nello psicoterapeuta anche quando non ci credevo, ho eseguito il percorso anche quando non ne ero convinto, solo così ho creduto in me stesso.
Nel giro di alcuni mesi ho ottenuto qualcosa che forse non avrei mai ottenuto, se non dopo anni di sofferenza. Ho capito che il mio problema era la soluzione, sono andato a vivere da solo, ho imparato a badare a me stesso, ho reciso ogni legame con quella che era diventata solo una dipendenza affettiva.
Ho mantenuto integro il mio ruolo di padre, ho capito che amo la vita e voglio viverla, mi sono avvicinato ad un’altra donna instaurando una relazione intima più sana, stupendo anche me stesso e mettendo di nuovo insieme i cocci di quei sentimenti che mi erano stati fatti a pezzi.
Ho cambiato amici, ho intrapreso nuovi hobby, mi sono aperto al mondo e alla gente, ho raggiunto quel sano egoismo che prima non mi apparteneva, ho imparato a vivere l’ “hic et nunc”, “l’ora e l’adesso”, senza pensare troppo all’angosciante futuro.
E’ così che ho attraversato la mia tempesta, in effetti non so se l’ho attraversata del tutto, a volte resta il timore di tornare al punto di partenza, ma ripeto a me stesso che questo non è possibile.
Solo con una potente autostima si può vivere serenamente la propria vita, solo credendo in se stessi, ce la si può fare, anche quando tutto sembra perduto.
P.S. Mi è costato molto scrivere queste righe, ho pianto per la commozione mentre lo facevo, perché ho rivisto la mia triste e dolorosissima storia scritta nero su bianco, ma l’ho fatto, perché non ho più paura, perché spero che possa servire agli altri, a chi crede che tutto sia perduto, a chi vede tutto nero, a chi non spera più e invece non sa che proprio il problema è la soluzione.
Simone
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GODERSI LA VITA
GODERSI LA VITA.
Essere edonisti di se stessi.
Di nuovo. Forse per la prima volta. Ho sempre pensato che la vita fosse una continua sfida per dover dimostrare agli altri, non a se stessi, di valere.
Sforzi spesso eccessivi in cui non ci si sente mai abbastanza per chi ci sta intorno ma, chi pensa poi a noi?
Ecco, seguendo il percorso con il dottor Burdi, ho scoperto finalmente il valore del termine Pazienza.
Tutti meritano amore, tutti meritano emozioni, ma spesso tutto già ci appartiene se si scopre che per prima cosa toccherebbe avere amore per se stessi e trattarsi come giusto che ci meritiamo.
Le cose volgeranno come vogliamo noi poi, perchè non dobbiamo dipendere da nessuno se non a noi stessi.
Tocca iniziare quasi con un atto di fede buttandosi veramente a voler stare bene ed uscire dall’ombra.
Spesso si facevano buone azioni sperando che ci ritornasse indietro, spesso allontanavamo le emozioni perchè timorosi di gestirle, spesso ci si arrabbiava perchè incompresi e sottovalutati.
Io ero un digrignatore professionale, sapevo di valere ma nello stesso tempo ne dubitavo, causa esperienze che mi portavano a ricredere delle mie capacità, quando spesso il problema non ero io ma chi mi stava intorno, che sia famiglia-amicizia-relazioni sentimentali.
Ero arrivato a somatizzare le mie emozioni soffocate, soffrendo anche fisicamente, poichè accumulavo sempre di più tutto, perchè era entrato in un circolo vizioso in cui dovevo dimostrare ma non vedevo riconoscimenti, confondevo un istintoa cui mi affidavo molto, con l’impulsività, cedendo spesso così a conclusioni sbagliate,rimuginando molto successivamente.
Quanti treni persi mi dicevo. No. Quanti ancora invece ne devo prendere ora, penso, e non ho più paura di provarci.
Perchè ho imparato dal percorso della Stanza degli Specchi, proiezioni, che riconoscendosi nelle storie degli altri, si crea un’alchimia, un’empatia che prima o poi colpisce tutte le persone del gruppo, portando di conseguenza delle sensazioni di ”appartenenza”, spirito di Squadra e di cura.
Esatto, riconoscersi in sentimenti, episodi simili o emozioni provate, ti fa sentire parte di qualcosa, non più pecora nera smarrita e allora riporta alla luce quella forza che pensavi di non avere.
Ricostruirsi quindi, con Pazienza, seduta dopo seduta, per arrivare alla meta finale.
Sono contento quindi di poter pensare che questa mia personale esperienza, questo mio percorso, possa un giorno far rispecchiare qualcuno per poter dire ”Just Do It”, per essere una testimonianza in grado di colpire empaticamente chi vuole veramente cambiare, in meglio. Una volta per tutte.
Siamo noi stessi la cura, siamo noi a doverci credere per prima e saremo noi un giorno a ringraziare noi stessi per non aver mai mollato.”
P
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Il mammone bamboccione
IL MAMMONE, BAMBOCCIONE. L’ apprensione che non fa crescere.
L’errore nella vita di ciascuno di noi è essenziale e necessario. Le difficoltà, Il fallimento, aldilà della loro connotazione negativa, spronano a far di più e meglio, facendoci conoscere quali sono i nostri limiti e i nostri veri desideri.
Tanti ricorderanno lo strepitoso successo di “Ricomincio da tre”, film del 1981 diretto da Massimo Troisi. Un film ancora ineguagliato come permanenza nelle sale italiane. Tra i tanti personaggi che s’incontrano, nel susseguirsi della trama, uno riesce, su tutti, a destare nello spettatore, uno strano mix di sentimenti, sospesi a metà tra tenerezza e compassione.
E’ il quasi cinquantenne Robertino (Renato Scarpa) che nonostante l’età, conserva modi, pronunce e ritrosie tipiche di un preadolescente.
Il suo unico svago sembra essere la visita di Frankie, un predicatore protestante italo-americano. Per il resto: lui, mammina e i suoi schemi mentali alquanto retrivi.
L’atteggiamento critico della madre, sui costumi della moderna società, sui giovani di oggi che confondono sesso e amore, sul demonio, nascosto in ogni dove, hanno reso Robertino, un oggetto da museo.
Incerto, muto, dipendente ed estraneo a qualsiasi pulsione esterna. Non a caso chiederà a Gaetano (Troisi) dopo quante volte, il fare l’amore, diventa un atto immorale. Da qui, l’invito insistente di Gaetano a uscire, a far qualcosa, semmai anche “rubando e toccando e’ ffemmine”, tutto purché impari a vivere.
Robertino ha una mezza crisi istrica, preferisce rimanere con mammina e nessuno lo istigherà a cambiare. Sebbene il resto dei personaggi, nel film subisca un’evoluzione (o un’involuzione) di Robertino si perdono le tracce. Ma ne intuiamo la profetizzata fine: “mammina te mann a o manicomij, attè”.
Non ci interessa molto il fatto se Robertino è mammone o bamboccione; se è dalla sua gioventù che continua ad essere uno “sdraiato” (come i ragazzi del libro di Michele Serra) o non ha trovato lavoro perché troppo “choosy”; se un padre ce l’ha o è scappato dalla famiglia per disperazione.
Quello che lo distingue è l’essersi arreso: ai dettati (dettami) della madre, alla sua emancipazione, alla vita stessa. In poche parole: ha scelto di non sbagliare. Sbagliando poi, tutto.
Uscite da casa vostra! Pioverà, ci sarà vento, vi sporcherete le scarpe, vi innervosirete per la macchina in doppia fila…ma uscite! Uscire, nella vita, vuol dire crescere, verbo che la sapienza dei latini accostava a “creare”.
Quella creatività/creazione oggi, più che mai, fondamentale per scoprirci come uomini e donne che, nella fretta del mondo, rischiano di perdersi e svanire. O nascondersi, come Robertino.
Da piccolo, mi interrogavo sul comandamento: “Onora il padre e la madre”. Che voleva dire? Ero bravo a scuola, facevano tutto quello che dicevano, in fondo non li stavo onorando? Quale sarebbe alla fine lo scopo? Dopo, cosa ne rimarrebbe, la dipendenza o l’ autonomia?
Disobbedire è crescere ed imparare l’autonomia, allontanandoci dai processi educativi proposti ed imposti, alla ricerca della propria educazione. Un uomo sarebbe in grado di educarsi da solo.
L’insegnamento dei genitori serve, se ci aiuta ad “errare” e maturare, a diventare grandi, a diventare uomini e donne, padroni delle strade del mondo avviene, lasciando la mano.
luca
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